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Tornano a farsi sentire gli Ammannati Brothers,
dopo un periodo di silenzio e riflessione coinciso per entrambi
e servito per ritrovare il giusto ingranaggio per ritornare
a tuonare nella scena fiorentina come nelle loro precedenti
bands, Electric Fluid e Holy Sinner, dalle quali per motivi
puramente personali in entrambi i casi hanno deciso di staccarsi
per dare vita al progetto Renegade, questa volta l’uno
affianco all’altro. Ritrovarsi a parlare ancora di due
persone che ormai considero quasi come una sorta di icone del
movimento metal toscano in generale, è per me sempre
un grande piacere e talvolta è facile cadere nella tentazione
di non essere particolarmente obiettivi nelle produzioni firmate
a loro nome o di qualsiasi altra band amica, ma la mia posizione
mi obbliga a non dover fare sconti di ogni sorta. Trovate le
persone giuste a supportare il loro immarcescibile amore per
la musica, e in altra parte ritrovate (oltre al drummer Andrea
Ammannati si sono aggregati anche Roberto Mannini e Stefano
Guidi, provenienti dagli Holy Sinner) Damiano e Andrea si trovano
ora alla guida di un progetto ambizioso, come da loro anche
in passato affermato, con cui tentare ancora una volta la scalata
ai vertici della scena già iniziata qualche anno fa sotto
le egidie delle loro band madri, naufragata purtroppo per tutta
una serie di problematiche di cui non ne starò a descriverne
i motivi non essendone questa la sede adatta, deputata alla
presentazione del loro primo capitolo “Too Hard To Die”,
un concentrato di puro hard’n’heavy di variegata
concentrazione. L’infinito intro “Le Matin des Magiciens”
prolunga l’attesa e con essa la curiosità di ascoltare
il nuovo corso della band gigliata e spetta alla maideniana
“ The End is Near” fugare ogni dubbio su come si
snoda il processo evolutivo; una rocciosa song in cui subito
viene a galla il valido lavoro vocale del frontman Stefano Senesi,
proveniente dagli Evil Zone, granitica cult band fiorentina
ancora oggi attiva sotto il monicker Dragonia. Con “Fear
of the Fire” si può capire meglio come i cinque
ragazzi abbiano notevolmente fatto un passo avanti nella maturità
artistica, ancora non sbocciata del tutto ma in procinto di
esserlo solo se costanza e impegno saranno gli imperativi che
la band si prefiggerà di perseguire nel tempo. Comunque
un ottimo passaggio di puro hard rock, nel più puro rispetto
della scuola americana che continua nella divertente “Hot
Again”, mid tempo molto vicino al Lizzy Borden degli ultimi
tempi, quelli per intendersi di “Deal With The Devil”.
Ritmi sostenuti nell’altrettanto maideniana “Khali”,
un amore mai nascosto e una delle principali fonti di ispirazioni
che da sempre hanno accompagnato il cammino musicale degli Electric
Fluid prima e dei Renegade adesso. Momenti di sincera riflessione
nella struggente “As a Stone” , che inconsciamente
riporta alla mente momenti di vita passata, sogni, speranze
dall’apparente immagine indistruttibile e poi rivelatasi
tutt’altro, insomma un buon momento per rivedersi dentro
se stessi e porsi tante domande. Finiti i momenti da inguaribili
sognatori, si torna a rockeggiare nella parte finale e più
scatenata del disco con la distruttiva “Lies” altro
manifesto d’amore verso la NWOBHM e i suoi autentici paladini
che si ripete anche nelle successive “ In The Heat Of
The Night”, rocciosa quanto rapida song dal rifferama
intimidatorio, una versione dei Saxon più incazzati che
riemergono nell’altrettanto speed “Las Vegas”,
una sorella minore dell’autentico anthem dei vetusti rockers
di qualche decennio fa, la “Motorcycle Man” dei
giovani rockers del nuovo millennio. Non c’è il
tempo di respirare che si viene investiti da una bordata in
puro stile motorheadiano della title track “Too Hard To
Die”, il verbo del rock’n’roll più
puro fatto proprio da un pugno di coraggiosi ragazzi che considerano
a tutt’oggi gli insegnamenti del Rock n’Roll ancora
attuali, e da cui non ci si può esimere dal portar loro
il massimo rispetto. Spetta all’altrettanto malinconica
semiballad “ Nothing to See” la responsabilità
di chiudere un debutto dall’aspetto totalmente retrò.
Non vi è nulla che possa trovare un aficionado dei tempi
moderni, dove ormai si considera musica un semplice gridare
al microfono o dove le chitarre emanano quella che è
la totale dimenticanza della cognizione della melodia. Anche
la produzione fa si che questo disco emani un’atmosfera
vintage che facilmente potrà stuzzicare l’appetito
di chi è cresciuto ascoltando i dischi dei Saxon, dei
Maiden e dello U.S Metal. Degno di nota anche l’artwork
interno del booklet, mentre lo stesso non si può dire
per la copertina, che decisamente non rende giustizia a quanto
proposto dai Renegade. Parafrasando il gergo sportivo…al
podio per la premiazione, medaglia d’oro a parimerito
per i Renegade, cui è valsa la pena della loro attesa,
e per l’Andromeda Relix , le cui gesta ormai non hanno
più bisogno di presentazioni. Per ordinare il cd contattare
il sito www.andromedarelix.com
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AUTORE: Jacopo Meille
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VOTO: SENZA VOTO
La determinazione che contraddistingue i fratelli
Ammannati (Damiano e Andrea) è davvero encomiabile: negli
ultimi due anni i nostri hanno dato vita a due tra le band di
heavy metal più interesantidel panorama italiano: gli
Electric Fluid e gli Holy Sinner. I primi soprattutto hanno
pubblicato un disco capace di risvegliare antiche sensazioni
anche in un vecchio rocker come il sottoscritto.
Questo nuovo progetto vede riuniti i fratelli Ammannati, altri
componenti degli Holy Sinner ed il cantante Stefano Senesi.
La matrice tipicamente britannica è rimasta intatta nelle
11 tracce di ‘Too Hard To Die’: i primi Iron Maiden
e Saxon sono i principale gruppi di riferimento della band che
comunque non disdegna di provare anche strade diverse come nella
lenta ‘As A Stone’ ben interpretata dal Stefano
che, quando abbandona l’impostazione a la Bruce Dickinson,
rivela una voce dalle grandi potenzialità. Il disco,
a differenza di quello degli Electric Fluid, non può
contare su una registrazione impeccabile che in alcuni casi
penalizza molto il risultato finale: l’intro di chitarre
acustiche che apre il CD è difatti il peggior biglietto
d’ingresso del disco, così come il missaggio che
non favorisce l’amalgama dei singoli strumenti.
La band ha sicuramente un buon potenziale che emerge chiaro
in brani come ‘Kali’, ‘The End Is Near’
e nella veloce ‘Las Vegas’, ma ascolto dopo ascolto
si fa sempre più forte la sensazione che le canzoni avrebbero
tratto vantaggio da una maggiore cura ed attenzione in fase
di composizione e di arrangiamento. ‘Too Hard To Die’
ha la sua forza nella convinzione e nell’entusiasmo che
i musicisti coinvolti mettono nelle loro esecuzioni, ma il prodotto
finale, dall’indubbio potenziale, è ancora acerbo
e non del tutto messo a fuoco. Noi comunque siamo ottimisti
e fiduciosi per natura. La band suonerà dal vivo il prossimo
10 novembre al Cencio's di Prato
Die italienische Formation Renegade gründeten Mitglieder
von Electric Flud und Holy Sinner aus Florenz, als diese
Jungs auf den wirklich guten Sänger Stefano Senesi
trafen. Das vorliegende Debüt ist eine kunterbunte
Reise durch das klassische Heavy Metal Universum. Nichts
geht den fünf Musikern dabei so sehr ab wie die Symphonic
und Progressive Ambitionen ihrer ach so zahlreichen Landsleute.
Renegade legen wert auf das Wesentliche, den ursprünglichen
Rock und Metal. Im Bemühen, ihre Hörer mit einfachen,
auf die Fresse abzielenden Kompositionen möglichst
auch noch in den Arsch zu treten, vergessen sie ein wenig,
so etwas wie einen eigenen Stil zu entwickeln. In den einzelnen
Songs zitieren sie so einige Heavy Metal Spielarten, ohne
diese letztendlich miteinander zu verbinden. Das ist für
mich immer ein Anlass zu vehementer Kritik. Im Falle von
Renegade hält sich das Gemecker jedoch in Grenzen,
da die Stücke prima ins Ohr gehen und einfach Spaß
machen. Los geht es nach einem Intro mit dem wohl heterogensten
Track. „The end is near“ ist vielleicht gar
eine Mischung aus Rock und klassischem Metal. Beide Stile
werden den Silberling dominieren und somit zeichnet der
Opener vielleicht die Zukunft von Renegade. „Fear
of the fire“ ist dagegen ein klassischer Power Metal
Track. Spätestens hier kommt der Hörer wegen der
stilistischen Nähe zu Edguy auf die Idee, dass Stefano
wie Tobi Sammet in seinen tiefen Lagen klingt. Nacht dem
belanglosen Party Rocker „Hot again“ gefällt
mir das an Demon erinnernde „Kali“ verdammt
gut. „As a stone“ schlägt erstmnals balladeske
Töne an – und das recht gelungen. Dann kommt
das Maiden Zitat „Lies“, das zwar überhaupt
gar nicht zu den übrigen Songs passt, mir aber dennoch
am besten gefällt. Hiernach bricht die Rock ’n’
Roll Phase der Scheibe an. „In the heat of the night“
vergöttert Motöthead, „Las Vegas“
eigentlich auch, erhöht aber den Punk Faktor ein wenig.
Bleiben noch der erneut nach Lemmy und Co. tönende
Titelsong und das abschließende, wieder etwas ruhiger
und etwas zu stupide gehaltene „Nothing to see“.
Gegen Ende wird es mit mir dem Stilquerschnitt doch etwas
zu bunt. Ich hätte mir für „Too hard to
die“ einen etwas dickeren roten Faden gewünscht.
Das ändert aber nichts daran, dass diese CD streckenweise
Spaß gemacht hat.
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AUTORE: Andrea Vignati
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VOTO: 6,5/10
Ce lo direte voi se i Renegade sono degli aspiranti suicidi
o dei furbacchioni! Procediamo con calma, però, introducendo
il quintetto fiorentino, formatosi solo nell'estate 2005.
Niente aspirazioni da next big thing per loro, solo una
sana passione verso l'heavy metal, quello della prima metà
degli anni '80 ad esser sinceri, che li ha guidati verso
il contratto con l'encomiabile Andromeda Relix. A quali
band avranno mai edificato il loro altarino i Renegade?
Beh, agli Iron Maiden sicuramente, a cui vengono implicitamente
dedicate "The End is Near" e "Lies",
brano che non avrebbe sfigurato su "Seventh Son of
a Seventh Son", ma anche ad Accept ("Kali"),
Def Leppard, Motorhead ("Hot Again"), MSG, Scorpions,
Van Halen e WASP ("Las Vegas") ed a tutti quelli
che accesero la fiamma della speranza per il nostro amato
genere musicale. Un disco datato sul nascere questo "Too
Hard to Die", ma anche abbastanza affascinante per
risultare interessante, fucina di tante diverse chiavi di
lettura, quasi come un sussidiario di quei tempi. Le canzoni
ci sono, gli arrangiamenti pure, ma sarebbe opportuno lavorare
di più sulle parti cantate, troppo legate ad un interpretazione
eccessivamente recitata di Stefano Senesi, a trattiattore
di se stesso, ma si tratta solo di tempo, non temete, la
band c'è e questa è già una gran soddisfazione!
Per info, visitate il sito www.andromedarelix.com!
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AUTORE: Marco Aimasso
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VOTO: 7,5/10
Da quando è stato coniato il termine "heavy
metal" (usato, a quanto sembra, prima di tutto nel
campo della chimica e della metallurgia e poi utilizzato
da William S. Burroughs nella sua opera più famosa
"The soft machine") e dal momento in cui è
stato associato alla musica (è Sandy Pearlman, manager,
produttore e songwriter per i Blue Öyster Cult, a rivendicare
tale primato, laddove le cronache assegnano agli Steppenwolf
quello di prima band ad impiegare questa locuzione in una
canzone, la loro celeberrima "Born to be wild")
questo particolare stilema ha subito innumerevoli trasformazioni,
si è adeguato nelle più svariate contaminazioni,
si è ripiegato su sé stesso ed è morto
e risorto (anche solamente facendo capolino in questa o
quella miscela sonora) talmente tante volte da assegnargli
realmente quel ruolo imperituro previsto dalla sua "iconografia"
tradizionale.
Nonostante le numerose "avversità", la
versione più "classica" di questo fantomatico
heavy metal sta pian piano ricominciando ad emergere, con
alcuni dei "vecchi" leoni del settore che ritornano
a ruggire e un manipolo di "giovani", loro epigoni,
che guardano nuovamente alla NWOBHM e al metallo statunitense
dei mid-eighties per i loro sfoghi creativi, con quelle
note così "familiari" che ricominciano
a saturare l’aria delle "cantine" ed i solchi
dei Cd.
Come sempre accade quando i modelli sono così autorevoli
e i canoni stilistici così caratterizzati è
molto gravoso non scadere nel fenomeno acriticamente "riproduttivo",
nel revival magari anche "confortevole" ma di
limitato spessore artistico, e non sono molti quelli che
sono in grado di apparire credibili nonostante un’evidenza
ispirativa assai ingente.
Tra questi ultimi sarà da questo momento necessario
annoverare anche i Renegade, un quintetto nostrano che con
quest’esordio su Andromeda Relix "spacca"
veramente e riporta in auge quel suono così "glorioso"
con grande autorità e autenticità, facendo
in modo che gli inevitabili dejà-vu stimolino apprezzamenti
per la cognizione specifica, piuttosto che critiche in merito
ad un asettico tentativo di plagio.
Approfondendo i nomi della line-up non meraviglia che il
gruppo sia composto da musicisti con un passato in Electric
Fluid e Holy Sinner, due ottime formazioni "underground"
molto abili nello stesso campo d’azione dei Renegade,
mentre, arrivando al cantante Stefano Senesi, bisogna parlare
di una piacevole sorpresa, trattandosi per il sottoscritto
della prima opportunità di "testare" la
sua voce, la quale si rivela adeguatamente potente e "bellicosa",
sufficientemente duttile (capace di passare da un timbro
gradevolmente Dickinson-esque ad interpretazioni maggiormente
personali) e sempre molto determinata.
Impossibile, quindi, non individuare nel sound del combo
fiorentino lampi parecchio vividi di Iron Maiden (soprattutto),
Saxon, Virgin Steele, Lizzy Borden, Jag Panzer, conditi
da tenui bagliori d’estrazione hard-rock, ma il tutto
è esibito con una naturalezza quasi "disarmante"
e con una notevole abilità nella stesura che rende
tracce quali "The end is near", "Fear of
the fire", la cadenzata "Hot again", "Lies"
e la più drammatica e riflessiva "Nothing to
see", delle piccole gemme di pathos "primitivo"
e coinvolgimento, durante il cui ascolto non sarà
facile, se amate queste cose, evitare di sfoggiare una delle
Vs. migliori prestazioni alla "air guitar" o cominciare
a dimenarvi come da "copione", anche se la Vs.
età o l’incarico di "distaccato"
recensore (indovinate un po’ a chi mi sto riferendo!)
avrebbero suggerito un atteggiamento maggiormente misurato
e professionale.
Se avete seguito il consiglio da me espresso in passato
(nella recente recensione dei Black Hole, ad esempio) e
visitato spesso (dopo quello di eutk, ovviamente!) il sito
dell’Andromeda Relix (www.andromedarelix.com), forse
avevate già qualche curiosità a riguardo di
questa sua nuova produzione e spero che le mie parole siano
servite a fugare qualche dubbio e prendere una decisione
… questo disco, nel caso in cui Vi riteniate delle
autentiche "metal heads", deve essere "assolutamente"
acquistato, infischiandosene di un mercato che, per il momento
(i "ricorsi storici" sono sempre in agguato!),
non ritiene questo genere "primordiale" eccessivamente
"cool".
"Too hard to die" … parole sante!
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AUTORE: Eugenio
Giordano
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VOTO: 70/100
Questi ragazzi hanno capito perfettamente cosa significhi
suonare e vivere l’heavy metal, penso che un disco
come questo “Too Hard To Die” sia un pezzo assolutamente
necessario per ogni metallaro che si rispetti. I Renegade
sono una band toscana che è nata dall’unione
di vari elementi attivi da almeno un decennio e mezzo nella
scena metal locale, il risultato dei loro sforzi è
questo buon debutto, un disco molto onesto, suonato col
cuore e con l’attitudine dei veri metallari. Ancora
una volta è la Andromeda Relix, patrocinata da Gianni
Della Coppa, una leggenda vivente del metal italiano, ad
accorgersi dell’importanza di mettere sul mercato
un album come questo “Too Hard To Die”. Il livello
del song writing dei Renegade non è quello della
media delle band esordienti, ascoltando le canzoni del disco
ci si accorge che questi ragazzi hanno un bagaglio artistico
di primissima caratura. Certo i suoni non sono proprio perfetti,
il difetto di questo cd è una produzione davvero
molto artigianale, ve lo dico per dovere di cronaca e perché
non tutti apprezzano il suono vinilico e imperfetto di certi
lavori del metal classico degli anni ottanta. Io personalmente
questo difetto lo vedo come un’ulteriore conferma
dall’attitudine genuina della band, ma essendo in
sede di recensione lo devo considerare una penalizzazione
nel risultato finale del disco. Nulla da dire invece sulle
composizioni che animano questo cd, siamo di fronte a undici
brani potenti e frontali che affondano le loro radici nel
matal classico degli anni ottanta, quello che piace a me.
Si percepiscono nette contaminazioni e derivazioni da parte
di band come Iron Maiden e Judas Priest, Saxon e Motorhead,
alcuni potrebbero dire che i Renegade non sono originali
ma secondo me il tradizionalismo è la migliore di
tutte le doti se suoni heavy metal. L’heavy metal
va bene così, senza troppe sperimentazioni, un buon
disco heavy metal non deve inventare nulla, e se risulta
derivativo agli occhi dei più giovani, noi siamo
ben contenti che sia così e che ci sia ancora gente
in Italia che sa suonare come piace a noi. I brani sono
molto orientati alla live performance, sono sicuro che questa
caratteristica possa giovare parecchio ai Renegade che hanno
l’esigenza di coinvolgere il loro pubblico immediatamente
ai concerti. Menziono anche la buonissima prestazione vocale
di Stefano Senesi, un vero front-man con gli attributi e
la voce giusta per cantare heavy metal nel modo giusto,
la sua prestazione garantisce ai pezzi un bel tiro e un
impatto sempre efficace. Dopo la intro acustica, a chitarra
elettrica “spenta” “Le Matin des Magiciens”
si parte con l’ottima “The End is Near”
una canzone in puro stile Iron Maiden, forse più
semplice rispetto al classico trade mark di Harris &
Co. ma dannatamente efficace. Più ambiziose “Fear
of the Fire” e “Hot Again” offrono uno
spaccato più ampio della musica dei Renegade spaziando
tra classico sound britannico degli anni ottanta e piacevoli
contaminazioni melodiche di grande impatto sull’ascoltatore.
Si prosegue molto bene con “As a Stone” e “In
the Heat of the Night” brani di impostazione molto
classica, dove si percepiscono sia la tecnica che l’attitudine
della band, peccato solo per la produzione non proprio all’altezza
che penalizza effettivamente la resa dei brani. Con “Las
Vegas” e “Too Hard to Die” la band propone
un heavy rock di stampo classico molto efficace e coinvolgente,
la prestazione vocale del singer è sempre sopra le
righe. La conclusiva “Nothing to See” è
una slow tempo interessante che conclude bene il disco.
Consiglio a tutti di dare un ascolto molto approfondito
a questo “Too Hard to Die”, si tratta di un
cd davvero interessante. Spero che i Renegade abbiano presto
la possibilità di replicare a questo debutto con
un cd prodotto meglio. Sicuramente il mio voto va interpretato
in maniera saggia, il disco meriterebbe molto più
di 70, ma per via dei suoni non proprio all’altezza
delle produzioni medie odierne sono dovuto rimanere basso.
I Renegade sono promossi in pieno, si presentano come una
delle promesse del futuro dell’heavy metal italiano.
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AUTORE: Christian
Hubert
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VOTO: SENZA VOTO
Wieso existieren in Italien eigentlich so viele unterdurchschnittliche
Bands mit Plattenvertrag? Naja, zum einen dürfte das
daran liegen, dass es durchaus einige hochklassige Vorbilder
im Land des Fußballweltmeisters (Autsch!) gibt, zum
anderen sind es doch oft die ebenfalls wie Sand am Meer
existierenden italienischen Label, die viele Jungspund-Bands
offenbar ohne genauer hinzuhören unter Vertrag nehmen.
Das Resultat sind, wenn man ein Label wie Frontiers mal
außen vor lässt, ziemlich oft Bands wie RENEGADE,
die ihren großen Vorbildern IRON MAIDEN (Doppel-Autsch!)
- allgemein gesehen der NWoBHM - nacheifern, und zu keiner
Sekunde authentisch klingen. Dazu passt die gewohnt grottige
Produktion, die jede x-beliebige Band mit ein wenig Ahnung
im eigenen Bandraum genauso zu Stande bringt. Trotzdem möchte
ich darauf hinweisen, dass RENEGADE bei genauerer Betrachtung
aus talentierten Individualisten besteht. Vielleicht kam
der Plattenvertrag und "Too Hard To Die" einfach
zu früh. Hörproben gibt's auf der Startseite der
offiziellen HP. Anspieltipps: Fear Of The Fire
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AUTORE: Stefano
Cerati
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VOTO: 7/10
In un certo senso fa tenerezza ascoltare band come queste
che sono rimaste attaccate ad' idea di heavy metal incontaminato
in tutto e per tutto, che non hanno ceduto alle produzioni
pompate di oggi pur di mantenere vivo il classico suono
roccioso e spartano che caratterizza gli anni '80. Il loro
stile è fortemente debitore agli Iron Maiden e le
canzoni hanno il classico timbro epico della band di Steve
Harris ("The End is Near"). Il cantante è
l'elemento della formazione che si mette più in mostra.
Stefano Senesi assume un timbro arcigno e cattivo e non
rinuncia a fare salire la voce in acuti bellicosi. Piace
il fatto che la band non si accontenti di scrivere riff
dopo riff, ma cerchi di comporre vere canzoni con una struttura
come accadeva nella NWOBHM con tutti gli elementi al loro
posto, ritornelli, assoli e alternanza di ritmi e atmosfere,
anche con qualche arpeggio acustico per spezzare la tensione.
Certo, si capisce che illoro stile è derivativo,
ma a chi ascolta (certi Accept in "Kali") questo
non dispiacerà più di tanto, perchè
apprezzerà l'onestà di intenti e la discreta
tecnica piuttosto che l'originalità. Essendo questo
solo il loro esordio non possono che migliorare.
Sentimento, passione e tanta, tanta
sincerità…che sicuramente rimarrà scomoda
a qualcuno, ma questo come dice il proverbio, ognuno è
responsabile delle proprie parole. Stefano Senesi ci introduce
nella storia della band, analizzandone i contenuti e gli
ideali che la spingono a muoversi per farsi una posizione
nel difficile quanto affollato panorama hard’n’heavy
toscano e non. A lui la parola.
1) Ciao Stefano, innanzitutto piacere
di conoscerti visto che sei l’unico Rinnegato con
cui non ho ancora avuto il piacere di colloquiare e ti ringrazio
per il tempo che concedi. Cominciamo dagli inizi... Come
e quando nasce il progetto Renegade?
I Renegade si sono formati ufficialmente
il 10.07.2005. Tengo a precisare che non si tratta di un
progetto, ma di una band a tutti gli effetti.
2) Fin dall’inizio è
parso subito chiaro che tra voi fosse sorta l’alchimia
giusta e con essa anche gli ideali altrettanto validi che
servono per credere fermamente in ciò che si fa.
Ciò fa di voi una band diversa dalla miriade che
collassano il movimento toscano, ma secondo te corre il
rischio di essere anche mal vista dal resto della scena,
specie in una piazza difficile come quella di Firenze?
Una band unita e affiatata come la nostra, rischia di esser
bersaglio di un po’ di tutto. Le band fiorentine si
perdono troppo dietro a pettegolezzi, invidie, cattiverie
gratuite… “Essere più che apparire!”
Questo è il nostro motto. In questo differiamo dal
resto delle band.
3) Il nome Renegade può sembrare
nuovo all’apparenza, ma dietro si celano alcuni nomi
che hanno una certa rilevanza all’interno della scena
fiorentina; Andrea e Damiano Ammannati rispettivamente da
Holy Sinner e Electric Fluid, Stefano Guidi e Roberto Mannini
sempre dagli Holy Sinner, e poi ci sei tu che provieni da
una cult band che si chiamava Evil Zone, oggi attiva come
Dragonia. Ci parli della tua avventura con la band di Massimo
Menichetti e del perché del tuo split?
Gli Evil Zone erano una band formata da 5 elementi. Gli
Evil Zone oggi non esistono più e raccontare la storia
di questa band ci porterebbe troppo lontano. Non esistevano
cd, internet e tante diavolerie in quel periodo (93-96),
solo 5 ragazzi che volevano suonare, senza soldi, senza
mezzi di trasporto. E’ stato un periodo pieno di sacrifici
quello, cosa che i rockers di oggi difficilmente comprenderebbero.
E’ molto imbarazzante parlare di questioni personali
in questa sede – perché è questo che
dovrei fare – Mi limiterò a dire che le nostre
strade si sono divise, oltre che per motivi personali, anche
per questioni legate alla musica. Ognuno ha i suoi impegni
adesso e, comunque, tra poco non ci sarà più
spazio per questi pettegolezzi da chat grazie a Dio! (risate)
4) Dall’unione delle vostre
forze esce “Too Hard To Die”, un buon esempio
di come si suona Hard’n’Heavy al giorno d’oggi,
che a quanto si è visto per ora sta dividendo la
critica; ci sono state delle recensioni , (la maggior parte
comunque) che vi hanno elogiato e qualcuna che secondo me
ha più tenuto conto della produzione che non delle
canzoni in se per se. E’ pur vero che ogni critica
va rispettata anche se non condivisa, ma da quel che ho
visto sembra che la gente vi aspettasse al varco e che voi
non abbiate in qualche modo soddisfatto le loro attese.
Tu come rispondi a queste critiche negative?
Sarà, ma per ora, ad un mese dall’uscita di
THTD, abbiamo ricevuto solo impressioni positive. Qualcuno
è rimasto sul vago, delirando sul tipo di registrazione
old style etc. Ben venga ogni tipo di critica comunque.
Qualcuno non si rende conto che tutti gli album di oggi
sono uno la fotocopia dell’altro: batterie suonate
dai robottini Lego, suoni moderni, supermoderni… Uscire
con un lavoro come “Too Hard to Die” è
rischiosissimo! Vediamo la cosa in un quadro più
esteso. In una scena dove tutto suona ovattato e impacchettato,
noi suoniamo violenti; in una scena dominata dal chiacchiericcio
multimediale, noi ne restiamo fuori; in una scena che predilige
la cultura dell’mp3 e della spazzatura gratuita, noi
usciamo con un artwork ben curato… Ci troviamo immersi
in una scena piena di professori, ragazzetti che vorrebbero
insegnare noi altri cos’è il rock, beh, non
hanno capito un cazzo! Gente come me che è in giro
da quasi 15 anni, da sempre fedele al rock, non dà
certo peso a qualche pidocchioso presuntuoso che vaneggia
su come o cosa si deve suonare oggi. Il bello è che
questi geni credono pure di fare il bene della musica, ma
forse sono solo strumenti al servizio di qualcosa che forse
loro stessi non sospettano neppure.
5) Too Hard To Die è uscito
sotto l’egidia dell’Andromeda Relix, la coraggiosa
etichetta veneta capitanata da uno dei membri storici della
triade giornalistica degli anni 80, figlio di Beppe Riva,
l’inossidabile Gianni Della Cioppa. Come siete riusciti
a strappare un deal con un’etichetta che di solito
cura maggiormente più l’aspetto “vintage”
delle release in fase di ristampa rispetto a quelle più
recenti? Il prossimo lavoro dei Renegade sarà ancora
supportato dagli eroi delle sacre reliquie? So che c’è
un singolo in programma prossimamente…
L’Andomeda Relix è un etichetta che combatte
su posizioni perdute, costituita da gente che ha dato e
dà la vita per la musica; inoltre, è una delle
poche label italiane in questo genere che produce musica
con le palle. Sì, a breve sarà pronta una
nuova song da scaricare gratuitamente dal nostro sito. Si
tratta di una ballad, un regalo di natale per tutti i rockers,
una song che verrà inclusa nel nostro prossimo album
“Straight to the Top”. Per ora ci troviamo molto
bene con la nostra etichetta, ma è prematuro fare
previsioni ora che è appena uscito “Too Hard
to Die”. C’è sempre un sacco di gente
che cerca di fotterti e spillarti soldi per qualsiasi cosa…
A noi questi bastardi adesso ci stanno baciando il culo!
6) Prima si parlava di split con
le band… Anche Andrea e Damiano ne hanno da raccontare
su questo versante; erano due membri fondamentali delle
loro band Holy Sinner ed Electric Fluid, sembrava che tutto
andasse per il verso giusto, poi prima gli EF vanno a sciogliersi
e gli HS perdono tre pedine importanti nelle loro fila.
E’venuta l’ora che i due “fuggiaschi”
rendano pubbliche le loro ragioni contemporaneamente.
(Damiano Ammannati)
Il periodo passato assieme agli Electric Fluid è
stato fantastico, non lo dimenticherò mai, ma le
cose alla fine non andavano più; l’uscita del
bassista David Cantina fu l’inizio della caduta. Era
diventato difficile anche andare a bere una birra assieme,
ci vedevamo solo per suonare e quando in una band non ci
si frequenta significa che non c’è più
nulla e questo a sua volta si ripercuote automaticamente
nella musica. Non progredendo più con gli EF decisi
di fare una prova con gli attuali Renegade, durante questa
capii che un’alchimia stava nascendo, un’alchimia
musicale certo! Ma anche una forte amicizia. Decisi quindi
di comunicare agli Electric Fluid che la band non esisteva
più. Con il tempo sono tornato in ottimi rapporti
con David (bassista degli EF), il quale ha messo su una
band chiamata Cellar, sono stato ricontattato anche da Leonardo
(cantante degli EF) che in maniera molto professionale mi
ha detto che ho fatto bene a fare la mia scelta, che i Fluid
rimarranno un bel ricordo anche per lui ma che la nostra
amicizia deve continuare ad esistere. Questo è tutto.
(Andrea Ammannati)
Ciao Running…ti piace sempre infilare coltellini roventi
nelle piaghe eh! ;) (Di cosa ti meravigli? E’ la mia
vocazione, ormai dovresti conoscermi ahahahah NdA)
Comunque, scherzi a parte, per quanto mi riguarda, la mia
è stata una scelta puramente artistica, niente di
personale con i membri degli Holy Sinner, con i quali tra
l’altro mi vedo tutt’ora e seguo con piacere
le evoluzioni della mia vecchia band. Io ho sempre avuto
l’hard’n’heavy nelle vene, l’ultimo
periodo con gli Holy Sinner aveva preso una piega troppo
progressive per i miei gusti, la casualità ha voluto
che conoscessi Stefano Senesi, la sua voce mi è piaciuta
subito e un po’ per scherzo abbiamo deciso di fare
una prova… i pezzi sono nati con una naturalezza irreale
ed alla fine, anche per evitare di penalizzare gli altri
con mie assenze alle prove e cose simili, ho preferito concentrare
tutte le mie energie sul progetto Renegade. Questa è
la pura verità, mi sono sempre stati sui coglioni
quelli che hanno diecimila gruppi dove suonano per poi alla
fine non concludere nulla per cui ho preferito lasciare
il mio posto a qualcuno che fosse stato più motivato
di me per quel genere di cose, tutto qua.
7) Torniamo a parlare di Too Hard
To Die; le premesse indicavano che il vostro disco veniva
influenzato da sonorità epic stile Omen e Virgin
Steele, addirittura c’è chi diceva contaminato
dallo Street, ma a me è parso più un disco
orientativamente più inglese, sulla scia dei Saxon
e dei Maiden soprattutto con qualche riferimento allo U.S
Metal. Tu che sei uno dei diretti interessati ci dici un
po’ cosa giudicano le orecchie di chi l’ha composto?
Mah, ho sentito dire un po’ di tutto sul nostro album…
L’unico parallelo che ritengo azzeccato credo sia
quello con i Maiden, soprattutto i primissimi e qualcosa
di hard rock e metal made in USA tipo Riot, MSG etc.. Per
il resto, a sentir certi commenti, pare proprio di sognare…
8) In tempi non lontani siete stati
scelti per fare da supporto ai Diamond Head, un risultato
assai notevole per una band esordiente che non aveva all’attivo
ancora niente. Come ritieni questa scelta? Solo un colpo
di fortuna o ritieni che forse si è tornati a capire
che per far conoscere alla gente una band va esposta in
tal senso evitando la ghettizzazione come invece va tanto
di moda qui Italia, vedasi il giorno delle metal bands italiane
al Gods Of Metal di quest’anno oppure tanti festivalini
e concertini vari che riuniscono tanti piccoli gruppi ma
che fondamentalmente non li aiutano a emergere? Ricordiamoci
che una band a caso, gli Iron Maiden ha avuto gli occhi
addosso dopo un fortunato tour di supporto ai Kiss nell’81.
E’ stato un piacere aprire per i Diamond Head! Loro
volevano fare una data senza portarsi dietro tutta la loro
strumentazione e noi, che possediamo ottimi mezzi, abbiamo
accettato di buon grado di farli suonare con la nostra backline.
E’ stata un’ottima occasione per noi! Forse
ci rivedrete insieme a loro… Aprire per grandi nomi
può essere vantaggioso per farsi conoscere dal grande
pubblico, ma a noi non interessa farci vedere con questo
o quello; noi scriviamo canzoni semplici, dirette, cosa
che non fa più nessuno, tutti presi come sono con
tecnicismi vari e idiozie progressive o jazz. Siamo una
band metal e “se” domani capiterà di
aprire a qualche “big”, non staremo certo a
masturbarci per questo! I Renegade sono un gruppo di persone
modeste, che conduce una vita modesta e fa quel che può
per sopravvivere, non come altri che sborsano fior di quattrini
per farsi vedere con la band dei sogni in festival di dubbio
gusto o figli di papà che girano il mondo suonando
per capriccio. Tutto quello che riusciamo a racimolare con
i nostri lavori di merda lo investiamo nella strumentazione.
Non abbiamo amicizie nella stampa, non lecchiamo il culo
a nessuno e, soprattutto, non ci serviamo come qualcuno
di qualche partito politico idiota di destra o di sinistra
per farci sentire; se avessimo i soldi e nient’altro
da fare, credimi, potremmo girare tutta l’Europa,
sta sicuro. Tutto quello che facciamo è frutto dei
nostri sforzi. Poi è bene un’ulteriore precisazione:
noi suoniamo per la musica e non per velleità personali.
Da questo puoi dedurre l’amore che nutriamo per quello
che facciamo. Io non sono mai stato un appassionato di grandi
eventi – come li chiamano – Gods of Metal, Monsters
of Rock e via dicendo (anche se ci sono stato). Da sempre
preferisco esibizioni in club, teatri e luoghi meno dispersivi,
questo perché odio la massificazione delle cose,
il giro inutile di denaro dietro a queste baracconate, i
metallari sbronzi che vomitano e distruggono i bagni…
9) Tu come anche i tuoi compagni
di avventure sei un appassionato di metal anni 80’,
provieni da una realtà che già si rifaceva
a quei tempi e quindi mi pare logico chiederti quali siano
state le tue influenze principali che ti hanno indotto a
diventare un musicista.
Credo che i primi dischi che compri incidano notevolmente
sulla tua vita. Acquistai nell’88 “Too Fast
for Love” dei Mötley Crüe e “Killers”
dei Maiden e nel 92’ ho iniziato a cantare grazie
a questi due capolavori. Robert Plant, Paul Di Anno, Glenn
Hughes, Klaus Meine, Dio e Graham Bonnet sono le mie influenze
principali.
10) Come vedi attualmente la scena
toscana? Ci sono band che ritieni valide, tolte ovviamente
le rinate Strana Officina e Sabotage che non hanno certo
bisogno di presentazioni?
Penso che ci siano molte band ma pochi artisti validi. La
gente crede che per essere un musicista basti solo comperare
uno strumento e fare un po’ di ginnastica con le mani.
Un artista è formato da tutta una serie di cose…
Io non credo di avere una grande voce, ma tra me ed il pubblico
(e l’ascoltatore) si stabilisce un rapporto talmente
speciale, difficile da descrivere a parole. Se non riesci
ad emanare quell’energia sovrumana, beh, cambia mestiere.
Sicuramente Strana Officina e Sabotage sono un punto di
riferimento per ogni band Toscana, ma non sono mai stato
un amante della loro musica. Al tempo apprezzavo The Gow,
Negazione, Vanadium, Death SS… Oggi, in Toscana come
un po’ in tutt’Italia, è un vero disastro!
11) Secondo il vostro punto di vista:
le idee dei gruppi attuali puzzano di strasentito e per
giunta rifatto pure male e quindi si è voluto in
qualche modo voltare le spalle ai mezzucci odierni e riscoprire
il buon gusto del sapore vintage, o c'è qualcos'altro
che ha fatto di nuovo scoppiare un vulcano che sembrava
ormai spento da tanti anni? Sto parlando ovviamente della
febbre delle reunion che ha colpito come un'epidemia da
qualche anno a questa parte il panorama mondiale della scena
metal. Voi come vedete questa voglia di voler rimettersi
in gioco dopo tanti anni che ha colpito molti storici acts?
Io parto dal principio che il metal è ufficialmente
morto. Noi e pochi altri portiamo avanti il discorso in
forma ortodossa in modo che la gente abbia realmente un
esempio di cosa significhi veramente “metal tradizionale”.
Il resto sono solo barzellette. Chi suonerebbe oggi metal?
Forse power metal, pop metal, thrash metal, happy metal,
alternative rock, epic power metal, dance metal… ma
chi suona ancora metal e basta, senza contaminazioni o distorsioni?
Ecco, questa domanda la pongo io ai lettori: chi suonerebbe
heavy oggi? Ecco finalmente allora che ritornano i grandi
nomi del passato! Che eccitazione! E poi? Finito il concerto
cosa rimane? La verità è che questa gente
non ha mai trasmesso un cazzo a tipi come me. Certo, sono
bravi, supertecnici, strillano come dannati, ma cosa e per
cosa? Possono avvenire tutte le reunion che vuoi, tutti
i tour che sogni, le band che volevi vedere possono salire
di nuovo su un palco, ma la verità è una sola:
tutte le band che veramente suonavano metal oggi si sono
chiuse nel silenzio o fanno altro… E te lo dico io
FANNO BENE. Che poi oggi basti poco per far passare una
cosa per un’altra, è un altro discorso. Il
metal è per l’elite. Una fiamma è effettivamente
tanto più calda quanto meno è luminosa.
12) Dopo tanta attesa rivedremo i
Renegade in sede live, la domanda che mi pongo è:
come mai vediamo sempre tanti gruppi locali suonare di qua
e di là per la Toscana ma non si vede mai il nome
dei Renegade? E’ una scelta puramente strategica quella
di dedicarsi a pochi ma mirati concerti o forse qualcuno
cerca di mettervi il bastone tra le ruote?
Noi suoniamo heavy. Forse la cosa ti risulterà strana,
ma fino a non molto tempo fa, questo non era un genere per
tutti. Oggi la gente parla del metal come di una cosa accessibile
a tutti, una cosa fottutamente popolare. Purtroppo la volgarizzazione
di tutto è una cosa inevitabile, ma ci consola il
fatto che questo, nonostante tutto, è una garanzia
per noi, una sorta di armatura con la quale ci proteggiamo
dai falsi profeti. E’ vero, facciamo pochi concerti,
ma ogni volta che saliamo sul palco, i volti sorridenti
degli spettatori danno ragione a noi. Poi credo che tutta
questa agitazione generale per farsi notare si commenti
da sola…
13) Bene Stefano, siamo arrivati
alla fine. Io ti ringrazio a nome di Verorock che è
felice di ospitarvi sulle sue pagine e non mi rimane che
lasciarti lo spazio finale che riservo a tutti per un messaggio
di qualsiasi tipo, senza censure di ogni tipo. Ci vediamo
al Cencio’s, e occhio al report. Un abbraccio a tutti
voi!
Grazie di questo spazio a tutti Voi. Vincit omnia Veritas!
-
-
AUTORE: Pale_Star
-
VOTO: 6,5/10
Il logo della band, color acciaio, avvolto dalle fiamme,
così come sono avvolti dalle fiamme i suoi componenti
in quarta di copertina, potrebbe far pensare che siamo di
fronte all’ennesimo gruppo di esaltati poweroni tutti
dragoni e leggende senza capo nè coda, oppure ai
classici rockettari grezzi tutti borchie e ruggiti (non
se ne abbia a male l’eventuale lettore che si rispecchiasse
in una di queste categorie, o magari in entrambe contemporaneamente).
Invece l’ascolto del brano iniziale, la strumentale
“Le Matin Des Magiciens”, un pezzo strumentale
tanto scarno quanto piacevole, ci introduce in una realtà
diversa. Il quintetto fiorentino, infatti, si esibisce in
una serie di brani di un heavy metal aggressivo e bilanciato
al tempo stesso, che pesca a piene mani dal repertorio degli
Iron Maiden, in particolare per quanto riguarda le linee
vocali, dove però non ci sono particolari estremismi.
Il risultato finale, dal punto di vista delle melodie, è
accettabile, c’è sufficiente varietà
per quanto riguarda la composizione e anche se, come già
detto, prevalgono gli elementi del classic metal, coesistono
anche alcune incursioni in altri generi. È il caso,
ad esempio, di “In The Heat Of The Night”, due
minuti scarsi, velocissimi, inneggianti al rock and roll,
che sembra quasi un’improvvisazione ben riuscita piuttosto
che un brano vero e proprio, o di “Hot Again”,
che invece pesca a piene mani dal repertorio degli AC/DC
e quindi mostra una deviazione di interesse verso l’hard
rock. Bellissimo poi “Nothing To See”, un lungo
brano che alterna parti acustiche da brividi ad altre più
heavy, in cui anche le seconde voci hanno una parte che
è tutto fuorché di secondo piano.
Per essere un primo disco (anche se i Renegade sono nati
dalla fusione dei membri di altre due band fiorentine, gli
Electric Fluid e gli Holy Sinner) le idee non mancano di
certo, ed è auspicabile che dal vivo questi pezzi
acquistino una grinta e una potenza ancora maggiore di quella
che traspare dal disco. Bisogna però evidenziare
un po’ di carenze dal punto di vista della registrazione
vera e propria, nel senso che, soprattutto in alcuni brani,
sembra che non ci sia un ottimo equilibrio fra i volumi
dei vari strumenti, e i suoni in sé e per sé
non sono sempre al massimo. In “The End Is Near”,
ad esempio, la voce è troppo in risalto rispetto
alle chitarre, che invece diventano troppo alte nella parte
strumentale della title track, e anche i suoni della batteria
(uno degli strumenti più difficili da registrare,
è il caso di ricordarlo) a volte sono troppo secchi
e quasi fastidiosi (un esempio in “Las Vegas”).
Fortunatamente sono problemi che si possono risolvere.
-
-
AUTORE: Gi.Bi.
-
VOTO: 75/100
Lo so e credo di averlo affermato centinaia di volte quanto
sono "malato" per l'heavy metal anni ottanta, ma
ho forse trovato qualcuno più "malato" di
me se è capace di unire due band fiorentine e con lui
alla voce dare vita a quello che definire un manifesto di
heavy metal anni ottanta è poco. Ma andiamo per ordine,
nell'estate del 2005 alcuni membri delle metal bands fiorentine
Electric Fluid e Holy Sinner si uniscono al cantante Stefano
Senesi per creare i Renegade. Il loro suono è privo
di tutte quelle contaminazioni moderne ma nasce solo dalla
passione, dall'amore per la musica, quella musica che circa
venti anni fa si sarebbe definita "fatta con sudore e
sangue". Heavy metal, solo puro heavy metal con qualche
influenza di zeppeliniana memoria. Buona la voce di Stefano,
molto adatta al genere proposto a tratti simile a quella di
Bruce Dickinson, molto a suo agio sul brano "lento"
"As a stone" e "gente di mestiere" il
resto della band capaci di dare vita a ottime trame musicali,
degne dei migliori gruppi dell'epoca Virgin Steel, Saxon e
Iron Maiden in primis. Buon disco d'esordio per una band capace
di rischiare, per l'amore della musica, allontanandosi dall'andazzo
del metal moderno e rispolverando "vecchie" sonorità.
Complimenti, continuate cosi. I prodotti Andromeda Relix sono
acquistabili sul sito della stessa: www.andromedarelix.com
-
-
AUTORE: Maurizio Gabelli
-
VOTO: SENZA VOTO
Dopo le precedenti esperienze con Holy Sinner ed Electric
Fluid, i fratelli Ammannati decidono di mettere in piedi questo
nuovo progetto a nome Renegade, subito patrocinato dall’apporto
dell’attenta e coscienziosa Andromeda Relix. E come
poteva essere altrimenti visto che “Too Hard To Die”
è un concentrato di heavy metal in tinta hard rock
di assoluto stampo ’80, con accenni (pesanti) alle produzioni
di casa Maiden ed in generale verso ogni cosa sia nata in
quel periodo. Se, da questo punto di vista, la personalità
della band ne esce in qualche modo ridimensionata, tutt’altro
discorso si può fare, invece, sulle capacità
tecnico/compositive dei nostri, assolutamente di prima qualità.
Strutture sempre ispirate e di ottima fattura, di fatti, rendono
questo disco di debutto assolutamente fresco e godibile, sebbene
il materiale in esame non abbia particolari velleità
moderniste o sperimentali. Tutto risulta curato con passione
e, soprattutto, esperienza: esponenti di spicco della scena
toscana, i Renegade hanno dalla loro una gran voglia di dimostrare
a tutti quanto questo genere sappia ancora dire la sua nonostante
le mode ed i trend del momento. Nel far questo, “Too
Hard Too Die” viene confezionato ad arte per tutti gli
estimatori del genere.
-
-
AUTORE: Mauro Cosma
-
VOTO: SENZA VOTO
Meritoria l’opera di setaccio del sottobosco metallico
nazionale, e del lancio delle band di casa nostra, da parte
della veneta Andromeda Relix; i beneficiari degli sforzi dell’etichetta
indipendente, sono questi Renegade, band che già dal
monicker proclama il suo amore incorrotto, per tutto ciò
che di buono il metallo degli anni ’80 ci ha saputo
regalare! Basterebbe l’up-tempo zomposo di “The
End Is Near”, per capire come i nostri siano in realtà
dei fan sfegatati della Vergine di Ferro, autentica istituzione
tra le mura di casa nostra! “Fear Of The Fire”
non fa altro che confermare l’importanza della NWOBHM
per il sound dei Renegade, mediata da un tocco più
hard e di stampo U.S.A., come nell’epica e ruffiana
“Kali”, portatrice sana del germe melodico che
fece grandi i Virgin Steele di “Age Of Consent”.
Ancora la band di David DeFeis fa capolino, a braccetto con
la premiata ditta Steve Harris & Co., nella guerriera
“Lies”, mentre nell’accoppiata “In
The Heat Of The Night” e “Las Vegas”, i
nostri giocano con un sound debitore della sfrontatezza urticante
degli W.A.S.P. più metallici. La conclusiva “Nothing
To See”, si dimostra la più progressiva del lotto,
capace di rievocare, nelle debite proporzioni, i chiaro/scuri
degli immortali Queensryche di “Operation Mindcrime”!
Detto che la produzione è di sufficiente livello, ed
immagino volutamente retrò, non mi resta che caldeggiare
l’acquisto di “Too Hard To Die”, a tutti
coloro che non hanno scordato i tempi in cui tutti suonavano
ed ascoltavano heavy metal, senza troppe etichette e seghe
mentali: un in bocca al lupo ai Renegade!
-
-
AUTORE: Mimmo
-
VOTO: SENZA 70/100
Un disco che suona vecchio. Vecchio come? Mettete di voler
fare una sintesi tra gli Iron Maiden e i Motorhead, eccovi
i Renegade. A posto così, recensione finita e tutti
a casa... No, non c'è solo questo. C'è molto
di più. Diciamo quindi che i Renegade hanno messo delle
ottime idee in musica, con uno stile anni '80 che è
influenzato da due modi abbastanza diversi di suonare. Lo
stile Iron Maiden, dicevamo, che si può sentire nella
prima parte del disco fino all'oscura ballata 'As A Stone'
e lo stile Motorhead che, esclusa l'ultima traccia, si può
riconoscere nella seconda parte. Come esempi lampanti si possono
ascoltare 'The End Is Near' e 'Las Vegas'. I due mondi apparentemente
lontani, accomunati in linea di principio solo dall'epoca,
vengono ben amalgamati attraverso un passaggio graduale che
ci regala questo bel disco. Ma non è finita qui perché
i Renegade hanno idee che definire fresche potrebbe sembrare
fuori luogo, ma che davvero non saprei esprimere in altra
maniera. L'ultima traccia dell'album, 'Nothing To See', potrebbe
ben rappresentare questa mia sensazione per la sua complessità,
per il suo gusto early Maiden o addirittura Black Sabbath.
Una canzone poco immediata e magari non di impatto, ma sicuramente
sintesi di un modo di comporre non banale in un settore in
cui è oggettivamente difficile evitare di ripetersi.
Resta da affrontare un ultimo problema: Iron Maiden e Motorhead
avevano modi diversi anche di registrare gli album: più
"puliti" i primi, più "sporchi"
i secondi, in funzione del rispettivo modo di suonare. I Renegade
hanno cercato di stare in mezzo con una registrazione che
penalizza un po' le parti più tecniche. Tale scelta
privilegia l'impatto e il cuore, ma probabilmente li rende
appetibili commercialmente per un pubblico che negli anni
si sta sempre più restringendo. Se ne sono consapevoli,
avanti così, d'altronde loro sono dei rinnegati. Altrimenti,
troverei nuove soluzioni espressive a livello di produzione.
-
-
AUTORE: MS
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VOTO: SENZA VOTO
I fratelli Ammannati, Damiano ed Andrea, dopo aver dato vita
a gruppi interessanti come gli Electric Fluid e gli Holy Sinner,
uniscono oggi le loro forze per dare vita a questo nuovo complesso
dal nome Renegade. Un Heavy Metal così strutturato,
in perfetta adulazione verso i migliori anni ’80, non
poteva di certo sfuggire all’ Andromeda Relix, da sempre
produttrice e portavoce di un suono vero e senza condizionamenti.
Da ciò dedurrete che i nostri si alimentano dai maestri
del genere e non vi sbagliate, Iron Maiden e Saxon in prima
linea. Anche l’impostazione della voce di Stefano è
rivolta verso certi lidi, Dickinson docet.
Nel cd scorrono undici tracce di tutto rispetto, sicuramente
pane per i denti di un vecchio metallaro che ha voglia di
togliere la polvere sopra ai suoni moderni, per riscoprire
nuovamente, con gioia, da dove proveniamo.
Il suono, questo è un punto cardine di “Too Hard
To Die”, di certo non all’altezza di certi canoni,
ma dannatamente reale. Si può restare infastiditi dalle
chitarre del primo brano “Le Main Des Magiciens”,
forse si, ma quando le stesse partono, c’è di
che godere. “Too Hard To Die” è un disco
venuto dal passato, come pochi, con l’intento primordiale
di divertirsi e di divertire, ascoltate “The End Is
Neat”, “Fear Of The Fire”, “Hot Again”
e compagnia bella per credere. Non esistono sorprese, solo
sudore e teste che si scuotono e questo per un vero metallaro
basta e avanza! “Kali” è un pezzo davvero
forte, con sprazzi di Queensryche anni ’80 (ovviamente),
mentre “As A Stone” è, secondo chi scrive,
il momento massimo riguardo il lato prettamente emotivo. Resta
da fare solo una considerazione: e se il cd avesse avuto una
differente incisione? Chissà, magari avrebbe perso
un certo fascino…ma questo non sta a me giudicarlo,
ciò che resta è la musica. Tutto il songwriting
è eccellente, non esistono pause, quarantuno minuti
di energia pura. Bravi Ammannati, avanti tutta.
Sentimento, passione e tanta, tanta
sincerità…che sicuramente rimarrà scomoda
a qualcuno, ma questo come dice il proverbio, ognuno è
responsabile delle proprie parole. Stefano Senesi ci introduce
nella storia della band, analizzandone i contenuti e gli ideali
che la spingono a muoversi per farsi una posizione nel difficile
quanto affollato panorama hard’n’heavy toscano
e non. A lui la parola.
1) Ciao Stefano, innanzitutto piacere
di conoscerti visto che sei l’unico Rinnegato con cui
non ho ancora avuto il piacere di colloquiare e ti ringrazio
per il tempo che concedi. Cominciamo dagli inizi... Come e
quando nasce il progetto Renegade?
I Renegade si sono formati ufficialmente il 10.07.2005. Tengo
a precisare che non si tratta di un progetto, ma di una band
a tutti gli effe 2) Fin dall’inizio
è parso subito chiaro che tra voi fosse sorta l’alchimia
giusta e con essa anche gli ideali altrettanto validi che
servono per credere fermamente in ciò che si fa. Ciò
fa di voi una band diversa dalla miriade che collassano il
movimento toscano, ma secondo te corre il rischio di essere
anche mal vista dal resto della scena, specie in una piazza
difficile come quella di Firenze?
Una band unita e affiatata come la nostra, rischia di esser
bersaglio di un po’ di tutto. Le band fiorentine si
perdono troppo dietro a pettegolezzi, invidie, cattiverie
gratuite… “Essere più che apparire!”
Questo è il nostro motto. In questo differiamo dal
resto delle band.
3) Il nome Renegade può sembrare
nuovo all’apparenza, ma dietro si celano alcuni nomi
che hanno una certa rilevanza all’interno della scena
fiorentina; Andrea e Damiano Ammannati rispettivamente da
Holy Sinner e Electric Fluid, Stefano Guidi e Roberto Mannini
sempre dagli Holy Sinner, e poi ci sei tu che provieni da
una cult band che si chiamava Evil Zone, oggi attiva come
Dragonia. Ci parli della tua avventura con la band di Massimo
Menichetti e del perché del tuo split?
Gli Evil Zone erano una band formata da 5 elementi. Gli Evil
Zone oggi non esistono più e raccontare la storia di
questa band ci porterebbe troppo lontano. Non esistevano cd,
internet e tante diavolerie in quel periodo (93-96), solo
5 ragazzi che volevano suonare, senza soldi, senza mezzi di
trasporto. E’ stato un periodo pieno di sacrifici quello,
cosa che i rockers di oggi difficilmente comprenderebbero.
E’ molto imbarazzante parlare di questioni personali
in questa sede – perché è questo che dovrei
fare – Mi limiterò a dire che le nostre strade
si sono divise, oltre che per motivi personali, anche per
questioni legate alla musica. Ognuno ha i suoi impegni adesso
e, comunque, tra poco non ci sarà più spazio
per questi pettegolezzi da chat grazie a Dio! (risate)
4) Dall’unione delle vostre forze
esce “Too Hard To Die”, un buon esempio di come
si suona Hard’n’Heavy al giorno d’oggi,
che a quanto si è visto per ora sta dividendo la critica;
ci sono state delle recensioni , (la maggior parte comunque)
che vi hanno elogiato e qualcuna che secondo me ha più
tenuto conto della produzione che non delle canzoni in se
per se. E’ pur vero che ogni critica va rispettata anche
se non condivisa, ma da quel che ho visto sembra che la gente
vi aspettasse al varco e che voi non abbiate in qualche modo
soddisfatto le loro attese. Tu come rispondi a queste critiche
negative?
Sarà, ma per ora, ad un mese
dall’uscita di THTD, abbiamo ricevuto solo impressioni
positive. Qualcuno è rimasto sul vago, delirando sul
tipo di registrazione old style etc. Ben venga ogni tipo di
critica comunque. Qualcuno non si rende conto che tutti gli
album di oggi sono uno la fotocopia dell’altro: batterie
suonate dai robottini Lego, suoni moderni, supermoderni…
Uscire con un lavoro come “Too Hard to Die”
è rischiosissimo! Vediamo la cosa in un quadro più
esteso. In una scena dove tutto suona ovattato e impacchettato,
noi suoniamo violenti; in una scena dominata dal chiacchiericcio
multimediale, noi ne restiamo fuori; in una scena che predilige
la cultura dell’mp3 e della spazzatura gratuita, noi
usciamo con un artwork ben curato… Ci troviamo immersi
in una scena piena di professori, ragazzetti che vorrebbero
insegnare noi altri cos’è il rock, beh, non hanno
capito un cazzo! Gente come me che è in giro da quasi
15 anni, da sempre fedele al rock, non dà certo peso
a qualche pidocchioso presuntuoso che vaneggia su come o cosa
si deve suonare oggi. Il bello è che questi geni credono
pure di fare il bene della musica, ma forse sono solo strumenti
al servizio di qualcosa che forse loro stessi non sospettano
neppure.
5) Too Hard To Die è uscito
sotto l’egidia dell’Andromeda Relix, la coraggiosa
etichetta veneta capitanata da uno dei membri storici della
triade giornalistica degli anni 80, figlio di Beppe Riva,
l’inossidabile Gianni Della Cioppa. Come siete riusciti
a strappare un deal con un’etichetta che di solito cura
maggiormente più l’aspetto “vintage”
delle release in fase di ristampa rispetto a quelle più
recenti? Il prossimo lavoro dei Renegade sarà ancora
supportato dagli eroi delle sacre reliquie? So che c’è
un singolo in programma prossimamente…
L’Andomeda Relix è un etichetta che combatte
su posizioni perdute, costituita da gente che ha dato e dà
la vita per la musica; inoltre, è una delle poche label
italiane in questo genere che produce musica con le palle.
Sì, a breve sarà pronta una nuova song da scaricare
gratuitamente dal nostro sito. Si tratta di una ballad, un
regalo di natale per tutti i rockers, una song che verrà
inclusa nel nostro prossimo album “Straight to the Top”.
Per ora ci troviamo molto bene con la nostra etichetta, ma
è prematuro fare previsioni ora che è appena
uscito “Too Hard to Die”. C’è sempre
un sacco di gente che cerca di fotterti e spillarti soldi
per qualsiasi cosa… A noi questi bastardi adesso ci
stanno baciando il culo!
6) Prima si parlava di split con le
band… Anche Andrea e Damiano ne hanno da raccontare
su questo versante; erano due membri fondamentali delle loro
band Holy Sinner ed Electric Fluid, sembrava che tutto andasse
per il verso giusto, poi prima gli EF vanno a sciogliersi
e gli HS perdono tre pedine importanti nelle loro fila. E’venuta
l’ora che i due “fuggiaschi” rendano pubbliche
le loro ragioni contemporaneamente.
(Damiano Ammannati)
Il periodo passato assieme agli Electric Fluid è stato
fantastico, non lo dimenticherò mai, ma le cose alla
fine non andavano più; l’uscita del bassista
David Cantina fu l’inizio della caduta. Era diventato
difficile anche andare a bere una birra assieme, ci vedevamo
solo per suonare e quando in una band non ci si frequenta
significa che non c’è più nulla e questo
a sua volta si ripercuote automaticamente nella musica. Non
progredendo più con gli EF decisi di fare una prova
con gli attuali Renegade, durante questa capii che un’alchimia
stava nascendo, un’alchimia musicale certo! Ma anche
una forte amicizia. Decisi quindi di comunicare agli Electric
Fluid che la band non esisteva più. Con il tempo sono
tornato in ottimi rapporti con David (bassista degli EF),
il quale ha messo su una band chiamata Cellar, sono stato
ricontattato anche da Leonardo (cantante degli EF) che in
maniera molto professionale mi ha detto che ho fatto bene
a fare la mia scelta, che i Fluid rimarranno un bel ricordo
anche per lui ma che la nostra amicizia deve continuare ad
esistere. Questo è tutto.
(Andrea Ammannati)
Ciao Running…ti piace sempre infilare coltellini roventi
nelle piaghe eh! ;) (Di cosa ti meravigli? E’ la mia
vocazione, ormai dovresti conoscermi ahahahah NdA)
Comunque, scherzi a parte, per quanto mi riguarda, la mia
è stata una scelta puramente artistica, niente di personale
con i membri degli Holy Sinner, con i quali tra l’altro
mi vedo tutt’ora e seguo con piacere le evoluzioni della
mia vecchia band. Io ho sempre avuto l’hard’n’heavy
nelle vene, l’ultimo periodo con gli Holy Sinner aveva
preso una piega troppo progressive per i miei gusti, la casualità
ha voluto che conoscessi Stefano Senesi, la sua voce mi è
piaciuta subito e un po’ per scherzo abbiamo deciso
di fare una prova… i pezzi sono nati con una naturalezza
irreale ed alla fine, anche per evitare di penalizzare gli
altri con mie assenze alle prove e cose simili, ho preferito
concentrare tutte le mie energie sul progetto Renegade. Questa
è la pura verità, mi sono sempre stati sui coglioni
quelli che hanno diecimila gruppi dove suonano per poi alla
fine non concludere nulla per cui ho preferito lasciare il
mio posto a qualcuno che fosse stato più motivato di
me per quel genere di cose, tutto qua.
7) Torniamo a parlare di Too Hard To
Die; le premesse indicavano che il vostro disco veniva influenzato
da sonorità epic stile Omen e Virgin Steele, addirittura
c’è chi diceva contaminato dallo Street, ma a
me è parso più un disco orientativamente più
inglese, sulla scia dei Saxon e dei Maiden soprattutto con
qualche riferimento allo U.S Metal. Tu che sei uno dei diretti
interessati ci dici un po’ cosa giudicano le orecchie
di chi l’ha composto?
Mah, ho sentito dire un po’ di tutto sul nostro album…
L’unico parallelo che ritengo azzeccato credo sia quello
con i Maiden, soprattutto i primissimi e qualcosa di hard
rock e metal made in USA tipo Riot, MSG etc.. Per il resto,
a sentir certi commenti, pare proprio di sognare…
8) In tempi non lontani siete stati
scelti per fare da supporto ai Diamond Head, un risultato
assai notevole per una band esordiente che non aveva all’attivo
ancora niente. Come ritieni questa scelta? Solo un colpo di
fortuna o ritieni che forse si è tornati a capire che
per far conoscere alla gente una band va esposta in tal senso
evitando la ghettizzazione come invece va tanto di moda qui
Italia, vedasi il giorno delle metal bands italiane al Gods
Of Metal di quest’anno oppure tanti festivalini e concertini
vari che riuniscono tanti piccoli gruppi ma che fondamentalmente
non li aiutano a emergere? Ricordiamoci che una band a caso,
gli Iron Maiden ha avuto gli occhi addosso dopo un fortunato
tour di supporto ai Kiss nell’81.
E’ stato un piacere aprire per i Diamond Head! Loro
volevano fare una data senza portarsi dietro tutta la loro
strumentazione e noi, che possediamo ottimi mezzi, abbiamo
accettato di buon grado di farli suonare con la nostra backline.
E’ stata un’ottima occasione per noi! Forse ci
rivedrete insieme a loro… Aprire per grandi nomi può
essere vantaggioso per farsi conoscere dal grande pubblico,
ma a noi non interessa farci vedere con questo o quello; noi
scriviamo canzoni semplici, dirette, cosa che non fa più
nessuno, tutti presi come sono con tecnicismi vari e idiozie
progressive o jazz. Siamo una band metal e “se”
domani capiterà di aprire a qualche “big”,
non staremo certo a masturbarci per questo! I Renegade sono
un gruppo di persone modeste, che conduce una vita modesta
e fa quel che può per sopravvivere, non come altri
che sborsano fior di quattrini per farsi vedere con la band
dei sogni in festival di dubbio gusto o figli di papà
che girano il mondo suonando per capriccio. Tutto quello che
riusciamo a racimolare con i nostri lavori di merda lo investiamo
nella strumentazione. Non abbiamo amicizie nella stampa, non
lecchiamo il culo a nessuno e, soprattutto, non ci serviamo
come qualcuno di qualche partito politico idiota di destra
o di sinistra per farci sentire; se avessimo i soldi e nient’altro
da fare, credimi, potremmo girare tutta l’Europa, sta
sicuro. Tutto quello che facciamo è frutto dei nostri
sforzi. Poi è bene un’ulteriore precisazione:
noi suoniamo per la musica e non per velleità personali.
Da questo puoi dedurre l’amore che nutriamo per quello
che facciamo. Io non sono mai stato un appassionato di grandi
eventi – come li chiamano – Gods of Metal, Monsters
of Rock e via dicendo (anche se ci sono stato). Da sempre
preferisco esibizioni in club, teatri e luoghi meno dispersivi,
questo perché odio la massificazione delle cose, il
giro inutile di denaro dietro a queste baracconate, i metallari
sbronzi che vomitano e distruggono i bagni…
9) Tu come anche i tuoi compagni di
avventure sei un appassionato di metal anni 80’, provieni
da una realtà che già si rifaceva a quei tempi
e quindi mi pare logico chiederti quali siano state le tue
influenze principali che ti hanno indotto a diventare un musicista.
Credo che i primi dischi che compri incidano notevolmente
sulla tua vita. Acquistai nell’88 “Too Fast for
Love” dei Mötley Crüe e “Killers”
dei Maiden e nel 92’ ho iniziato a cantare grazie a
questi due capolavori. Robert Plant, Paul Di Anno, Glenn Hughes,
Klaus Meine, Dio e Graham Bonnet sono le mie influenze principali.
10) Come vedi attualmente la scena
toscana? Ci sono band che ritieni valide, tolte ovviamente
le rinate Strana Officina e Sabotage che non hanno certo bisogno
di presentazioni?
Penso che ci siano molte band ma pochi artisti validi.
La gente crede che per essere un musicista basti solo comperare
uno strumento e fare un po’ di ginnastica con le mani.
Un artista è formato da tutta una serie di cose…
Io non credo di avere una grande voce, ma tra me ed il pubblico
(e l’ascoltatore) si stabilisce un rapporto talmente
speciale, difficile da descrivere a parole. Se non riesci
ad emanare quell’energia sovrumana, beh, cambia mestiere.
Sicuramente Strana Officina e Sabotage sono un punto di riferimento
per ogni band Toscana, ma non sono mai stato un amante della
loro musica. Al tempo apprezzavo The Gow, Negazione, Vanadium,
Death SS… Oggi, in Toscana come un po’ in tutt’Italia,
è un vero disastro!
11) Secondo il vostro punto di vista:
le idee dei gruppi attuali puzzano di strasentito e per giunta
rifatto pure male e quindi si è voluto in qualche modo
voltare le spalle ai mezzucci odierni e riscoprire il buon
gusto del sapore vintage, o c'è qualcos'altro che ha
fatto di nuovo scoppiare un vulcano che sembrava ormai spento
da tanti anni? Sto parlando ovviamente della febbre delle
reunion che ha colpito come un'epidemia da qualche anno a
questa parte il panorama mondiale della scena metal. Voi come
vedete questa voglia di voler rimettersi in gioco dopo tanti
anni che ha colpito molti storici acts?
Io parto dal principio che il metal è ufficialmente
morto. Noi e pochi altri portiamo avanti il discorso in forma
ortodossa in modo che la gente abbia realmente un esempio
di cosa significhi veramente “metal tradizionale”.
Il resto sono solo barzellette. Chi suonerebbe oggi metal?
Forse power metal, pop metal, thrash metal, happy metal, alternative
rock, epic power metal, dance metal… ma chi suona ancora
metal e basta, senza contaminazioni o distorsioni? Ecco, questa
domanda la pongo io ai lettori: chi suonerebbe heavy oggi?
Ecco finalmente allora che ritornano i grandi nomi del passato!
Che eccitazione! E poi? Finito il concerto cosa rimane? La
verità è che questa gente non ha mai trasmesso
un cazzo a tipi come me. Certo, sono bravi, supertecnici,
strillano come dannati, ma cosa e per cosa? Possono avvenire
tutte le reunion che vuoi, tutti i tour che sogni, le band
che volevi vedere possono salire di nuovo su un palco, ma
la verità è una sola: tutte le band che veramente
suonavano metal oggi si sono chiuse nel silenzio o fanno altro…
E te lo dico io FANNO BENE. Che poi oggi basti poco per far
passare una cosa per un’altra, è un altro discorso.
Il metal è per l’elite. Una fiamma è effettivamente
tanto più calda quanto meno è luminosa.
12) Dopo tanta attesa rivedremo i Renegade
in sede live, la domanda che mi pongo è: come mai vediamo
sempre tanti gruppi locali suonare di qua e di là per
la Toscana ma non si vede mai il nome dei Renegade? E’
una scelta puramente strategica quella di dedicarsi a pochi
ma mirati concerti o forse qualcuno cerca di mettervi il bastone
tra le ruote?
Noi suoniamo heavy. Forse la cosa ti risulterà strana,
ma fino a non molto tempo fa, questo non era un genere per
tutti. Oggi la gente parla del metal come di una cosa accessibile
a tutti, una cosa fottutamente popolare. Purtroppo la volgarizzazione
di tutto è una cosa inevitabile, ma ci consola il fatto
che questo, nonostante tutto, è una garanzia per noi,
una sorta di armatura con la quale ci proteggiamo dai falsi
profeti. E’ vero, facciamo pochi concerti, ma ogni volta
che saliamo sul palco, i volti sorridenti degli spettatori
danno ragione a noi. Poi credo che tutta questa agitazione
generale per farsi notare si commenti da sola…
13) Bene Stefano, siamo arrivati alla
fine. Io ti ringrazio a nome di Verorock che è felice
di ospitarvi sulle sue pagine e non mi rimane che lasciarti
lo spazio finale che riservo a tutti per un messaggio di qualsiasi
tipo, senza censure di ogni tipo. Ci vediamo al Cencio’s,
e occhio al report. Un abbraccio a tutti voi!
Grazie di questo spazio a tutti Voi.
Vincit omnia Veritas!
Report tutto dedicato alla combriccola dei Rinnegati, anche
se la serata comprendeva il gruppo principale dei Phantom
Lord, ma cause di forza maggiore mi hanno costretto a una
ritirata tra le quattro mura casalinghe, per cui mi dispiace
dare una delusione a qualche fan dei PL che magari si aspettava
di leggere due righe anche su di loro; so che non sarà
un report completo e come si deve, ma per una volta prendetela
così. Finalmente dopo peripezie varie, i Renegade dopo
essere passati sotto la lente ottica dello stereo del sottoscritto,
passano anche attraverso le sue pupille visive in una serata
dove il Cencio’s ha sentito i propri muri surriscaldarsi
grazie al calore emesso dal loro Hard’n’Heavy
old school che oggi come oggi è una manna dal cielo.
La band si dimostra affiatata, anche se al tempo stesso si
nota ancora una certa acerbità di tenuta di palco,
cosa in cui Stefano Senesi riesce meglio a differenziarsi,
con una carica da vero animale da palco che non perde mai
l’occasione di coinvolgere il pubblico forse ancora
non pronto del tutto al richiamo dei Rinnegati, ma questo
sta ovviamente a loro ovviare con un’attività
live che si spera si faccia sempre più intensa ora
che il loro lavoro “Too Hard To Die” è
disponibile sulla pubblica piazza. Ed è proprio con
la data di ieri che si apre ufficialmente il supporto al nuovo
disco, un avvio di “tournèe” direi brillante
dove tra le songs proposte spiccano la cover, ma non solo
cover, dei Motley Crue “Red Hot” e la led zeppeliniana
“Whola Lotta Love” ben riproposte e supportate
da un impianto audio che è una vera garanzia; non si
trova, almeno qui in Toscana, un arena concerti che disponga
di un impianto come quello del Cencio’s, e questo è
un plauso che fa guadagnare punti al locale pratese.
Non solo cover si diceva e come da programma, il fivepiece
gigliato estrae dal cilindro le più trascinanti song
del loro ultimo album, e così la terremotante “Too
Hard To Die” “ Fear Of The Fire” Kali”
e la veloce “Las Vegas” vengono date in pasto
ai purtroppo non numerosi presenti ma che comunque apprezzano
di buon gusto il sudore e il fegato che questi ragazzi mettono
per la causa dell’ Heavy Rock. C’è anche
il tempo di presentare una nuova song in anteprima, l’ottima
“Kid The Hurricane” insieme ad altre due song
estranee al cd, ovvero “Straight To The Top” e
“Really Think You’re clean”, che suggellano
una serata nel nome del Rock’n’Roll e che consegnano
una band la cui energia vera la si può capire soltanto
attraverso un loro concerto. Certo, come ho detto, anche sotto
questo profilo i Renegade devono affilare bene le loro armi,
cercare di essere più padroni del palco ma è
solo una questione di tempo, che tutti e dico tutti hanno
il diritto di dare loro per continuare a lavorare, anche quelli
che magari non hanno apprezzato il loro lavoro in studio.
Come ho detto anche nell’intervista alla band, che sarà
presentata sempre qui su Verorock, ogni critica va rispettata
anche se non condivisa, ma è giusto che venga dato
tempo e altre chance a questi ragazzi e che soprattutto se
li vada a vederli dal vivo, chissà, magari qualcuno
si ricrederà!
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AUTORE: Andy Mc Gabe
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VOTO: SENZA VOTO
Convinto e incuriosito dalle recensioni pubblicate dal buon
Marcy (Mantra) e dal mio ex compaesano Running Wild (Renegade)
decido dopo due anni di “esilio” di riabbracciare
la “mia” Firenze abbandonando momentaneamente
il silenzio dell’Appennino.
Dopo un breve giro in centro a riassaporare quella magica
ed unica atmosfera mi presento alle 22.15, cioè puntuale
come un orologio svizzero, davanti al Sintetika ansioso di
farmi “violentare” le orecchie da quel sano Hard’n’heavy
d’annata, genere che, col senno di poi, avevo giudicato
morto (o quanto meno malato) troppo avventatamente.
Il cancello rimane inesorabilmente chiuso per una mezzora
abbondante dopo il mio arrivo (ma allora a cosa servono gli
orologi svizzeri?…) e il marciapiede si popola progressivamente
di figuri più o meno loschi tra i quali il nostro Marcello
Dubla che armato di “digitale” si appresta ad
assistere al suo …esimo concerto. Una volta all’interno
nemmeno il tempo di una birra che l’attacco di “In
the heat of the night” riesce in un colpo solo a squarciare
l’aria, il chiacchiericcio degli astanti e le avventate
convinzioni di cui sopra. I Renegade non potevano trovare
un biglietto da visita migliore per presentarsi allo scarso
pubblico presente (il locale si riempirà gradualmente):
canzone rocciosa e d’impatto, assolutamente di matrice
anni ‘80 il che costituirà il fil rouge di tutta
la loro esibizione. Nemmeno un attimo di respiro e tocca a
“Straight to the top” e di nuovo “non si
fanno prigionieri”! Le twin guitars funzionano alla
perfezione, la compatta sezione ritmica non sbaglia un colpo
e la voce di Stefano se pur un po’ coperta dalle chitarre
è una piacevole sorpresa. Si procede alla grande (a
parte alcuni problemi tecnici sulle spie) attingendo a piene
mani dal loro primo e per ora unico lavoro fino a giungere
a “Red Hot” riuscita cover dei Motley Crue dei
tempi di Shout at the Devil. Con “Fear of the fire”
i toni si fanno inizialmente più malinconici per esplodere
poi in un cavalcata metal che mi ha ricordato (anche grazie
alla voce di Stefano) i primi Queensryche. “Hot again”
si rivela un roccioso mid-tempo di puro stampo Hard Rock mentre
con “Kali” si torna “a riveder le stelle”
dell’emisfero maideniano (le asce di Damiano e Roberto
si integrano alla perfezione sorrette dall’ottimo lavoro
di Andrea e Stefano che nell’occasione sfoggia un fuseaux
alla Steve Harris dei tempi di Powerslave). Dopo la velocissima
“Las Vegas” chiude degnamente la granitica “Kid
the Hurricane” che farà parte del prossimo CD
in uscita tra qualche mese.
Devo fare i miei più sinceri complimenti a questi ragazzi
che in quanto a esperienza la sanno lunga, peccato solo che
le scarse dimensioni del palco non hanno consentito loro una
maggior scioltezza nei movimenti e si sa che in sede live
questo ha una sua valenza. Del resto la proposta del quintetto
si basa essenzialmente sulla naturalezza e sulla sincerità
e non saranno certo questi i problemi principali ai quali
sono andati e andranno incontro…ai Renegade il coraggio
non sembra mancare e per quanto poco possa valere la mia opinione
questa sera hanno dato un esempio di come ancor oggi e tra
mille difficoltà si possa fare (ed ascoltare) un Heavy
Metal diretto e senza fronzoli ma dal grande feeling…ed
in fondo sono riusciti a smuovere pure un montanaro pigro
come me! Bevo la mia seconda birra con ancora in testa le
colate di metallo fuso che hanno imperversato nei miei timpani
fino a pochi minuti prima quando intravedo una ricciola chioma
ergersi dal palco.
1. E' da poco uscito "Too Hard to Die"
debut album per i fiorentini Renegade. Heavy Metal allo stato
puro, con pochissime concessioni alla modernità. Un disco
per chi ama ancora l'Heavy Metal più tradizionale, legato
alla NWOBHM e all'hard rock. Al cantante Stefano Senesi il
compito di raccontarci della band… I Renegade nascono
nell'estate del 2005, dopo la decisione di alcuni membri di
Electric Fluid e Holy Sinner di seguire il sottoscritto (Stefano
Senesi) in questa realtà fatta di puro hard n' heavy. Ho trovato
oltre che ottimi musicisti, amici che vogliono suonare sul
serio e non perder tempo come tutta la gente con la quale
ho lavorato fino a qualche hanno fa. Provengo dalla realtà
dei primi anni '90, una realtà dura, un periodo che ha fatto
perdere le speranze a più di una persona… Io non sono mai
cambiato, per niente e per nessuno e non perché mi piace pavoneggiarmi
di chissà cosa, sono solo fatto così. Questo modo d'essere
può crearti molti problemi, ma in alcuni casi può rivelarsi
fondamentale per la creazione di un'èlite.
2. Quali sono le vostre principali
influenze? Questa è una domanda alla quale dovrebbe
rispondere l'intera band, visto che ognuno di noi porta qualcosa
del proprio bagaglio culturale all'interno dei brani. In linea
generale credo che nominare i Maiden sia d'obbligo. Poi senza
dubbio W.a.s.p., vecchi Motley Crue, Riot, Crimson Glory,
Black Sabbath, Led Zeppelin, Van Halen, MSG, Journey, Scorpions…
Oltretutto, non potrebbe esser diversamente!
3. Come sono nati i pezzi dell'album?
Chi si occupa del songwriting? Nella band vige una
struttura gerarchica efficientissima. Io creo lo "scheletro"
e i ragazzi si occupano del corpo. Qualunque melodia che mi
passa per la testa viene impressa in tempo reale su di un
registratore vocale, ed in seguito provata in totale solitudine
in casa con la chitarra acustica, in un bosco, insomma, dove
non ci siano "altri". A questo punto propongo il pezzo a tutti
e, se piace, lo usiamo. I testi che scrivo nella loro semplicità,
sono molto elaborati. Ogni canzone ha una storia ben precisa,
un fine ben preciso. Una peculiarità del nostro songwriting
è che, molto spesso, i pezzi più lenti e più "orecchiabili"
sono invece i più violenti a livello di contenuto. "Too Hard
to Die" è nato così, senza troppe discussioni, senza troppe
pretese tecniche idiote dei tempi ultimi. Prendi la nostra
copertina ad esempio: una scritta d'acciaio incendiata e poi
freddata e resa indistruttibile… Questo è l'heavy metal e
solo così può esserlo!
4. Che cosa vorreste leggere di 'Too
Hard To Die'? Che è un disco senza compromessi, antimoderno,
non in linea coi tempi, contro il tempo e, soprattutto "PER
POCHI".
5. Che tipo di esperienze live avete
avuto finora, e come è stato suonare con i Diamond Head?
Quando suoniamo dal vivo diamo veramente il massimo di noi
stessi e cerchiamo di trasmettere tutta la nostra positività
al pubblico. Quando suonammo coi Diamond Head, molta gente
era curiosa di ascoltare i Renegade, visto che si trattava
del nostro primo show ufficiale. La risposta fu eccezionale,
soprattutto considerando che i più erano lì per i leggendari
Diamond Head! Oggi suonare dal vivo è un vero problema. Cerchiamo
di fare poche date ma ben mirate perché i soldi sono pochi
e, a differenza di altri, siamo consapevoli di realtà che
bene o male sfuggono di mano un po' a tutti… In fondo non
è colpa di nessuno, il tempo distrugge tutto e poi… ricominceremo
daccapo! Info su: www.renegadewebsite.com
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