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Tornano a farsi sentire gli Ammannati Brothers, dopo un periodo di silenzio e riflessione coinciso per entrambi e servito per ritrovare il giusto ingranaggio per ritornare a tuonare nella scena fiorentina come nelle loro precedenti bands, Electric Fluid e Holy Sinner, dalle quali per motivi puramente personali in entrambi i casi hanno deciso di staccarsi per dare vita al progetto Renegade, questa volta l’uno affianco all’altro. Ritrovarsi a parlare ancora di due persone che ormai considero quasi come una sorta di icone del movimento metal toscano in generale, è per me sempre un grande piacere e talvolta è facile cadere nella tentazione di non essere particolarmente obiettivi nelle produzioni firmate a loro nome o di qualsiasi altra band amica, ma la mia posizione mi obbliga a non dover fare sconti di ogni sorta. Trovate le persone giuste a supportare il loro immarcescibile amore per la musica, e in altra parte ritrovate (oltre al drummer Andrea Ammannati si sono aggregati anche Roberto Mannini e Stefano Guidi, provenienti dagli Holy Sinner) Damiano e Andrea si trovano ora alla guida di un progetto ambizioso, come da loro anche in passato affermato, con cui tentare ancora una volta la scalata ai vertici della scena già iniziata qualche anno fa sotto le egidie delle loro band madri, naufragata purtroppo per tutta una serie di problematiche di cui non ne starò a descriverne i motivi non essendone questa la sede adatta, deputata alla presentazione del loro primo capitolo “Too Hard To Die”, un concentrato di puro hard’n’heavy di variegata concentrazione. L’infinito intro “Le Matin des Magiciens” prolunga l’attesa e con essa la curiosità di ascoltare il nuovo corso della band gigliata e spetta alla maideniana “ The End is Near” fugare ogni dubbio su come si snoda il processo evolutivo; una rocciosa song in cui subito viene a galla il valido lavoro vocale del frontman Stefano Senesi, proveniente dagli Evil Zone, granitica cult band fiorentina ancora oggi attiva sotto il monicker Dragonia. Con “Fear of the Fire” si può capire meglio come i cinque ragazzi abbiano notevolmente fatto un passo avanti nella maturità artistica, ancora non sbocciata del tutto ma in procinto di esserlo solo se costanza e impegno saranno gli imperativi che la band si prefiggerà di perseguire nel tempo. Comunque un ottimo passaggio di puro hard rock, nel più puro rispetto della scuola americana che continua nella divertente “Hot Again”, mid tempo molto vicino al Lizzy Borden degli ultimi tempi, quelli per intendersi di “Deal With The Devil”. Ritmi sostenuti nell’altrettanto maideniana “Khali”, un amore mai nascosto e una delle principali fonti di ispirazioni che da sempre hanno accompagnato il cammino musicale degli Electric Fluid prima e dei Renegade adesso. Momenti di sincera riflessione nella struggente “As a Stone” , che inconsciamente riporta alla mente momenti di vita passata, sogni, speranze dall’apparente immagine indistruttibile e poi rivelatasi tutt’altro, insomma un buon momento per rivedersi dentro se stessi e porsi tante domande. Finiti i momenti da inguaribili sognatori, si torna a rockeggiare nella parte finale e più scatenata del disco con la distruttiva “Lies” altro manifesto d’amore verso la NWOBHM e i suoi autentici paladini che si ripete anche nelle successive “ In The Heat Of The Night”, rocciosa quanto rapida song dal rifferama intimidatorio, una versione dei Saxon più incazzati che riemergono nell’altrettanto speed “Las Vegas”, una sorella minore dell’autentico anthem dei vetusti rockers di qualche decennio fa, la “Motorcycle Man” dei giovani rockers del nuovo millennio. Non c’è il tempo di respirare che si viene investiti da una bordata in puro stile motorheadiano della title track “Too Hard To Die”, il verbo del rock’n’roll più puro fatto proprio da un pugno di coraggiosi ragazzi che considerano a tutt’oggi gli insegnamenti del Rock n’Roll ancora attuali, e da cui non ci si può esimere dal portar loro il massimo rispetto. Spetta all’altrettanto malinconica semiballad “ Nothing to See” la responsabilità di chiudere un debutto dall’aspetto totalmente retrò. Non vi è nulla che possa trovare un aficionado dei tempi moderni, dove ormai si considera musica un semplice gridare al microfono o dove le chitarre emanano quella che è la totale dimenticanza della cognizione della melodia. Anche la produzione fa si che questo disco emani un’atmosfera vintage che facilmente potrà stuzzicare l’appetito di chi è cresciuto ascoltando i dischi dei Saxon, dei Maiden e dello U.S Metal. Degno di nota anche l’artwork interno del booklet, mentre lo stesso non si può dire per la copertina, che decisamente non rende giustizia a quanto proposto dai Renegade. Parafrasando il gergo sportivo…al podio per la premiazione, medaglia d’oro a parimerito per i Renegade, cui è valsa la pena della loro attesa, e per l’Andromeda Relix , le cui gesta ormai non hanno più bisogno di presentazioni. Per ordinare il cd contattare il sito www.andromedarelix.com


La determinazione che contraddistingue i fratelli Ammannati (Damiano e Andrea) è davvero encomiabile: negli ultimi due anni i nostri hanno dato vita a due tra le band di heavy metal più interesantidel panorama italiano: gli Electric Fluid e gli Holy Sinner. I primi soprattutto hanno pubblicato un disco capace di risvegliare antiche sensazioni anche in un vecchio rocker come il sottoscritto.
Questo nuovo progetto vede riuniti i fratelli Ammannati, altri componenti degli Holy Sinner ed il cantante Stefano Senesi. La matrice tipicamente britannica è rimasta intatta nelle 11 tracce di ‘Too Hard To Die’: i primi Iron Maiden e Saxon sono i principale gruppi di riferimento della band che comunque non disdegna di provare anche strade diverse come nella lenta ‘As A Stone’ ben interpretata dal Stefano che, quando abbandona l’impostazione a la Bruce Dickinson, rivela una voce dalle grandi potenzialità. Il disco, a differenza di quello degli Electric Fluid, non può contare su una registrazione impeccabile che in alcuni casi penalizza molto il risultato finale: l’intro di chitarre acustiche che apre il CD è difatti il peggior biglietto d’ingresso del disco, così come il missaggio che non favorisce l’amalgama dei singoli strumenti.
La band ha sicuramente un buon potenziale che emerge chiaro in brani come ‘Kali’, ‘The End Is Near’ e nella veloce ‘Las Vegas’, ma ascolto dopo ascolto si fa sempre più forte la sensazione che le canzoni avrebbero tratto vantaggio da una maggiore cura ed attenzione in fase di composizione e di arrangiamento. ‘Too Hard To Die’ ha la sua forza nella convinzione e nell’entusiasmo che i musicisti coinvolti mettono nelle loro esecuzioni, ma il prodotto finale, dall’indubbio potenziale, è ancora acerbo e non del tutto messo a fuoco. Noi comunque siamo ottimisti e fiduciosi per natura. La band suonerà dal vivo il prossimo 10 novembre al Cencio's di Prato


Die italienische Formation Renegade gründeten Mitglieder von Electric Flud und Holy Sinner aus Florenz, als diese Jungs auf den wirklich guten Sänger Stefano Senesi trafen. Das vorliegende Debüt ist eine kunterbunte Reise durch das klassische Heavy Metal Universum. Nichts geht den fünf Musikern dabei so sehr ab wie die Symphonic und Progressive Ambitionen ihrer ach so zahlreichen Landsleute. Renegade legen wert auf das Wesentliche, den ursprünglichen Rock und Metal. Im Bemühen, ihre Hörer mit einfachen, auf die Fresse abzielenden Kompositionen möglichst auch noch in den Arsch zu treten, vergessen sie ein wenig, so etwas wie einen eigenen Stil zu entwickeln. In den einzelnen Songs zitieren sie so einige Heavy Metal Spielarten, ohne diese letztendlich miteinander zu verbinden. Das ist für mich immer ein Anlass zu vehementer Kritik. Im Falle von Renegade hält sich das Gemecker jedoch in Grenzen, da die Stücke prima ins Ohr gehen und einfach Spaß machen. Los geht es nach einem Intro mit dem wohl heterogensten Track. „The end is near“ ist vielleicht gar eine Mischung aus Rock und klassischem Metal. Beide Stile werden den Silberling dominieren und somit zeichnet der Opener vielleicht die Zukunft von Renegade. „Fear of the fire“ ist dagegen ein klassischer Power Metal Track. Spätestens hier kommt der Hörer wegen der stilistischen Nähe zu Edguy auf die Idee, dass Stefano wie Tobi Sammet in seinen tiefen Lagen klingt. Nacht dem belanglosen Party Rocker „Hot again“ gefällt mir das an Demon erinnernde „Kali“ verdammt gut. „As a stone“ schlägt erstmnals balladeske Töne an – und das recht gelungen. Dann kommt das Maiden Zitat „Lies“, das zwar überhaupt gar nicht zu den übrigen Songs passt, mir aber dennoch am besten gefällt. Hiernach bricht die Rock ’n’ Roll Phase der Scheibe an. „In the heat of the night“ vergöttert Motöthead, „Las Vegas“ eigentlich auch, erhöht aber den Punk Faktor ein wenig. Bleiben noch der erneut nach Lemmy und Co. tönende Titelsong und das abschließende, wieder etwas ruhiger und etwas zu stupide gehaltene „Nothing to see“. Gegen Ende wird es mit mir dem Stilquerschnitt doch etwas zu bunt. Ich hätte mir für „Too hard to die“ einen etwas dickeren roten Faden gewünscht. Das ändert aber nichts daran, dass diese CD streckenweise Spaß gemacht hat.


Ce lo direte voi se i Renegade sono degli aspiranti suicidi o dei furbacchioni! Procediamo con calma, però, introducendo il quintetto fiorentino, formatosi solo nell'estate 2005. Niente aspirazioni da next big thing per loro, solo una sana passione verso l'heavy metal, quello della prima metà degli anni '80 ad esser sinceri, che li ha guidati verso il contratto con l'encomiabile Andromeda Relix. A quali band avranno mai edificato il loro altarino i Renegade? Beh, agli Iron Maiden sicuramente, a cui vengono implicitamente dedicate "The End is Near" e "Lies", brano che non avrebbe sfigurato su "Seventh Son of a Seventh Son", ma anche ad Accept ("Kali"), Def Leppard, Motorhead ("Hot Again"), MSG, Scorpions, Van Halen e WASP ("Las Vegas") ed a tutti quelli che accesero la fiamma della speranza per il nostro amato genere musicale. Un disco datato sul nascere questo "Too Hard to Die", ma anche abbastanza affascinante per risultare interessante, fucina di tante diverse chiavi di lettura, quasi come un sussidiario di quei tempi. Le canzoni ci sono, gli arrangiamenti pure, ma sarebbe opportuno lavorare di più sulle parti cantate, troppo legate ad un interpretazione eccessivamente recitata di Stefano Senesi, a trattiattore di se stesso, ma si tratta solo di tempo, non temete, la band c'è e questa è già una gran soddisfazione! Per info, visitate il sito www.andromedarelix.com!


  • 14/11/2006 www.eutk.net
  • AUTORE: Marco Aimasso
  • VOTO: 7,5/10

Da quando è stato coniato il termine "heavy metal" (usato, a quanto sembra, prima di tutto nel campo della chimica e della metallurgia e poi utilizzato da William S. Burroughs nella sua opera più famosa "The soft machine") e dal momento in cui è stato associato alla musica (è Sandy Pearlman, manager, produttore e songwriter per i Blue Öyster Cult, a rivendicare tale primato, laddove le cronache assegnano agli Steppenwolf quello di prima band ad impiegare questa locuzione in una canzone, la loro celeberrima "Born to be wild") questo particolare stilema ha subito innumerevoli trasformazioni, si è adeguato nelle più svariate contaminazioni, si è ripiegato su sé stesso ed è morto e risorto (anche solamente facendo capolino in questa o quella miscela sonora) talmente tante volte da assegnargli realmente quel ruolo imperituro previsto dalla sua "iconografia" tradizionale.
Nonostante le numerose "avversità", la versione più "classica" di questo fantomatico heavy metal sta pian piano ricominciando ad emergere, con alcuni dei "vecchi" leoni del settore che ritornano a ruggire e un manipolo di "giovani", loro epigoni, che guardano nuovamente alla NWOBHM e al metallo statunitense dei mid-eighties per i loro sfoghi creativi, con quelle note così "familiari" che ricominciano a saturare l’aria delle "cantine" ed i solchi dei Cd.
Come sempre accade quando i modelli sono così autorevoli e i canoni stilistici così caratterizzati è molto gravoso non scadere nel fenomeno acriticamente "riproduttivo", nel revival magari anche "confortevole" ma di limitato spessore artistico, e non sono molti quelli che sono in grado di apparire credibili nonostante un’evidenza ispirativa assai ingente.
Tra questi ultimi sarà da questo momento necessario annoverare anche i Renegade, un quintetto nostrano che con quest’esordio su Andromeda Relix "spacca" veramente e riporta in auge quel suono così "glorioso" con grande autorità e autenticità, facendo in modo che gli inevitabili dejà-vu stimolino apprezzamenti per la cognizione specifica, piuttosto che critiche in merito ad un asettico tentativo di plagio.
Approfondendo i nomi della line-up non meraviglia che il gruppo sia composto da musicisti con un passato in Electric Fluid e Holy Sinner, due ottime formazioni "underground" molto abili nello stesso campo d’azione dei Renegade, mentre, arrivando al cantante Stefano Senesi, bisogna parlare di una piacevole sorpresa, trattandosi per il sottoscritto della prima opportunità di "testare" la sua voce, la quale si rivela adeguatamente potente e "bellicosa", sufficientemente duttile (capace di passare da un timbro gradevolmente Dickinson-esque ad interpretazioni maggiormente personali) e sempre molto determinata.
Impossibile, quindi, non individuare nel sound del combo fiorentino lampi parecchio vividi di Iron Maiden (soprattutto), Saxon, Virgin Steele, Lizzy Borden, Jag Panzer, conditi da tenui bagliori d’estrazione hard-rock, ma il tutto è esibito con una naturalezza quasi "disarmante" e con una notevole abilità nella stesura che rende tracce quali "The end is near", "Fear of the fire", la cadenzata "Hot again", "Lies" e la più drammatica e riflessiva "Nothing to see", delle piccole gemme di pathos "primitivo" e coinvolgimento, durante il cui ascolto non sarà facile, se amate queste cose, evitare di sfoggiare una delle Vs. migliori prestazioni alla "air guitar" o cominciare a dimenarvi come da "copione", anche se la Vs. età o l’incarico di "distaccato" recensore (indovinate un po’ a chi mi sto riferendo!) avrebbero suggerito un atteggiamento maggiormente misurato e professionale.
Se avete seguito il consiglio da me espresso in passato (nella recente recensione dei Black Hole, ad esempio) e visitato spesso (dopo quello di eutk, ovviamente!) il sito dell’Andromeda Relix (www.andromedarelix.com), forse avevate già qualche curiosità a riguardo di questa sua nuova produzione e spero che le mie parole siano servite a fugare qualche dubbio e prendere una decisione … questo disco, nel caso in cui Vi riteniate delle autentiche "metal heads", deve essere "assolutamente" acquistato, infischiandosene di un mercato che, per il momento (i "ricorsi storici" sono sempre in agguato!), non ritiene questo genere "primordiale" eccessivamente "cool".
"Too hard to die" … parole sante!


Questi ragazzi hanno capito perfettamente cosa significhi suonare e vivere l’heavy metal, penso che un disco come questo “Too Hard To Die” sia un pezzo assolutamente necessario per ogni metallaro che si rispetti. I Renegade sono una band toscana che è nata dall’unione di vari elementi attivi da almeno un decennio e mezzo nella scena metal locale, il risultato dei loro sforzi è questo buon debutto, un disco molto onesto, suonato col cuore e con l’attitudine dei veri metallari. Ancora una volta è la Andromeda Relix, patrocinata da Gianni Della Coppa, una leggenda vivente del metal italiano, ad accorgersi dell’importanza di mettere sul mercato un album come questo “Too Hard To Die”. Il livello del song writing dei Renegade non è quello della media delle band esordienti, ascoltando le canzoni del disco ci si accorge che questi ragazzi hanno un bagaglio artistico di primissima caratura. Certo i suoni non sono proprio perfetti, il difetto di questo cd è una produzione davvero molto artigianale, ve lo dico per dovere di cronaca e perché non tutti apprezzano il suono vinilico e imperfetto di certi lavori del metal classico degli anni ottanta. Io personalmente questo difetto lo vedo come un’ulteriore conferma dall’attitudine genuina della band, ma essendo in sede di recensione lo devo considerare una penalizzazione nel risultato finale del disco. Nulla da dire invece sulle composizioni che animano questo cd, siamo di fronte a undici brani potenti e frontali che affondano le loro radici nel matal classico degli anni ottanta, quello che piace a me. Si percepiscono nette contaminazioni e derivazioni da parte di band come Iron Maiden e Judas Priest, Saxon e Motorhead, alcuni potrebbero dire che i Renegade non sono originali ma secondo me il tradizionalismo è la migliore di tutte le doti se suoni heavy metal. L’heavy metal va bene così, senza troppe sperimentazioni, un buon disco heavy metal non deve inventare nulla, e se risulta derivativo agli occhi dei più giovani, noi siamo ben contenti che sia così e che ci sia ancora gente in Italia che sa suonare come piace a noi. I brani sono molto orientati alla live performance, sono sicuro che questa caratteristica possa giovare parecchio ai Renegade che hanno l’esigenza di coinvolgere il loro pubblico immediatamente ai concerti. Menziono anche la buonissima prestazione vocale di Stefano Senesi, un vero front-man con gli attributi e la voce giusta per cantare heavy metal nel modo giusto, la sua prestazione garantisce ai pezzi un bel tiro e un impatto sempre efficace. Dopo la intro acustica, a chitarra elettrica “spenta” “Le Matin des Magiciens” si parte con l’ottima “The End is Near” una canzone in puro stile Iron Maiden, forse più semplice rispetto al classico trade mark di Harris & Co. ma dannatamente efficace. Più ambiziose “Fear of the Fire” e “Hot Again” offrono uno spaccato più ampio della musica dei Renegade spaziando tra classico sound britannico degli anni ottanta e piacevoli contaminazioni melodiche di grande impatto sull’ascoltatore. Si prosegue molto bene con “As a Stone” e “In the Heat of the Night” brani di impostazione molto classica, dove si percepiscono sia la tecnica che l’attitudine della band, peccato solo per la produzione non proprio all’altezza che penalizza effettivamente la resa dei brani. Con “Las Vegas” e “Too Hard to Die” la band propone un heavy rock di stampo classico molto efficace e coinvolgente, la prestazione vocale del singer è sempre sopra le righe. La conclusiva “Nothing to See” è una slow tempo interessante che conclude bene il disco. Consiglio a tutti di dare un ascolto molto approfondito a questo “Too Hard to Die”, si tratta di un cd davvero interessante. Spero che i Renegade abbiano presto la possibilità di replicare a questo debutto con un cd prodotto meglio. Sicuramente il mio voto va interpretato in maniera saggia, il disco meriterebbe molto più di 70, ma per via dei suoni non proprio all’altezza delle produzioni medie odierne sono dovuto rimanere basso. I Renegade sono promossi in pieno, si presentano come una delle promesse del futuro dell’heavy metal italiano.


Wieso existieren in Italien eigentlich so viele unterdurchschnittliche Bands mit Plattenvertrag? Naja, zum einen dürfte das daran liegen, dass es durchaus einige hochklassige Vorbilder im Land des Fußballweltmeisters (Autsch!) gibt, zum anderen sind es doch oft die ebenfalls wie Sand am Meer existierenden italienischen Label, die viele Jungspund-Bands offenbar ohne genauer hinzuhören unter Vertrag nehmen. Das Resultat sind, wenn man ein Label wie Frontiers mal außen vor lässt, ziemlich oft Bands wie RENEGADE, die ihren großen Vorbildern IRON MAIDEN (Doppel-Autsch!) - allgemein gesehen der NWoBHM - nacheifern, und zu keiner Sekunde authentisch klingen. Dazu passt die gewohnt grottige Produktion, die jede x-beliebige Band mit ein wenig Ahnung im eigenen Bandraum genauso zu Stande bringt. Trotzdem möchte ich darauf hinweisen, dass RENEGADE bei genauerer Betrachtung aus talentierten Individualisten besteht. Vielleicht kam der Plattenvertrag und "Too Hard To Die" einfach zu früh. Hörproben gibt's auf der Startseite der offiziellen HP. Anspieltipps: Fear Of The Fire


  • 14/11/2006 Rock Hard
  • AUTORE: Stefano Cerati
  • VOTO: 7/10

In un certo senso fa tenerezza ascoltare band come queste che sono rimaste attaccate ad' idea di heavy metal incontaminato in tutto e per tutto, che non hanno ceduto alle produzioni pompate di oggi pur di mantenere vivo il classico suono roccioso e spartano che caratterizza gli anni '80. Il loro stile è fortemente debitore agli Iron Maiden e le canzoni hanno il classico timbro epico della band di Steve Harris ("The End is Near"). Il cantante è l'elemento della formazione che si mette più in mostra. Stefano Senesi assume un timbro arcigno e cattivo e non rinuncia a fare salire la voce in acuti bellicosi. Piace il fatto che la band non si accontenti di scrivere riff dopo riff, ma cerchi di comporre vere canzoni con una struttura come accadeva nella NWOBHM con tutti gli elementi al loro posto, ritornelli, assoli e alternanza di ritmi e atmosfere, anche con qualche arpeggio acustico per spezzare la tensione. Certo, si capisce che illoro stile è derivativo, ma a chi ascolta (certi Accept in "Kali") questo non dispiacerà più di tanto, perchè apprezzerà l'onestà di intenti e la discreta tecnica piuttosto che l'originalità. Essendo questo solo il loro esordio non possono che migliorare.


Sentimento, passione e tanta, tanta sincerità…che sicuramente rimarrà scomoda a qualcuno, ma questo come dice il proverbio, ognuno è responsabile delle proprie parole. Stefano Senesi ci introduce nella storia della band, analizzandone i contenuti e gli ideali che la spingono a muoversi per farsi una posizione nel difficile quanto affollato panorama hard’n’heavy toscano e non. A lui la parola.

1) Ciao Stefano, innanzitutto piacere di conoscerti visto che sei l’unico Rinnegato con cui non ho ancora avuto il piacere di colloquiare e ti ringrazio per il tempo che concedi. Cominciamo dagli inizi... Come e quando nasce il progetto Renegade?
I Renegade si sono formati ufficialmente il 10.07.2005. Tengo a precisare che non si tratta di un progetto, ma di una band a tutti gli effetti.

2) Fin dall’inizio è parso subito chiaro che tra voi fosse sorta l’alchimia giusta e con essa anche gli ideali altrettanto validi che servono per credere fermamente in ciò che si fa. Ciò fa di voi una band diversa dalla miriade che collassano il movimento toscano, ma secondo te corre il rischio di essere anche mal vista dal resto della scena, specie in una piazza difficile come quella di Firenze?
Una band unita e affiatata come la nostra, rischia di esser bersaglio di un po’ di tutto. Le band fiorentine si perdono troppo dietro a pettegolezzi, invidie, cattiverie gratuite… “Essere più che apparire!” Questo è il nostro motto. In questo differiamo dal resto delle band.

3) Il nome Renegade può sembrare nuovo all’apparenza, ma dietro si celano alcuni nomi che hanno una certa rilevanza all’interno della scena fiorentina; Andrea e Damiano Ammannati rispettivamente da Holy Sinner e Electric Fluid, Stefano Guidi e Roberto Mannini sempre dagli Holy Sinner, e poi ci sei tu che provieni da una cult band che si chiamava Evil Zone, oggi attiva come Dragonia. Ci parli della tua avventura con la band di Massimo Menichetti e del perché del tuo split?
Gli Evil Zone erano una band formata da 5 elementi. Gli Evil Zone oggi non esistono più e raccontare la storia di questa band ci porterebbe troppo lontano. Non esistevano cd, internet e tante diavolerie in quel periodo (93-96), solo 5 ragazzi che volevano suonare, senza soldi, senza mezzi di trasporto. E’ stato un periodo pieno di sacrifici quello, cosa che i rockers di oggi difficilmente comprenderebbero.
E’ molto imbarazzante parlare di questioni personali in questa sede – perché è questo che dovrei fare – Mi limiterò a dire che le nostre strade si sono divise, oltre che per motivi personali, anche per questioni legate alla musica. Ognuno ha i suoi impegni adesso e, comunque, tra poco non ci sarà più spazio per questi pettegolezzi da chat grazie a Dio! (risate)

4) Dall’unione delle vostre forze esce “Too Hard To Die”, un buon esempio di come si suona Hard’n’Heavy al giorno d’oggi, che a quanto si è visto per ora sta dividendo la critica; ci sono state delle recensioni , (la maggior parte comunque) che vi hanno elogiato e qualcuna che secondo me ha più tenuto conto della produzione che non delle canzoni in se per se. E’ pur vero che ogni critica va rispettata anche se non condivisa, ma da quel che ho visto sembra che la gente vi aspettasse al varco e che voi non abbiate in qualche modo soddisfatto le loro attese. Tu come rispondi a queste critiche negative?
Sarà, ma per ora, ad un mese dall’uscita di THTD, abbiamo ricevuto solo impressioni positive. Qualcuno è rimasto sul vago, delirando sul tipo di registrazione old style etc. Ben venga ogni tipo di critica comunque. Qualcuno non si rende conto che tutti gli album di oggi sono uno la fotocopia dell’altro: batterie suonate dai robottini Lego, suoni moderni, supermoderni… Uscire con un lavoro come “Too Hard to Die” è rischiosissimo! Vediamo la cosa in un quadro più esteso. In una scena dove tutto suona ovattato e impacchettato, noi suoniamo violenti; in una scena dominata dal chiacchiericcio multimediale, noi ne restiamo fuori; in una scena che predilige la cultura dell’mp3 e della spazzatura gratuita, noi usciamo con un artwork ben curato… Ci troviamo immersi in una scena piena di professori, ragazzetti che vorrebbero insegnare noi altri cos’è il rock, beh, non hanno capito un cazzo! Gente come me che è in giro da quasi 15 anni, da sempre fedele al rock, non dà certo peso a qualche pidocchioso presuntuoso che vaneggia su come o cosa si deve suonare oggi. Il bello è che questi geni credono pure di fare il bene della musica, ma forse sono solo strumenti al servizio di qualcosa che forse loro stessi non sospettano neppure.

5) Too Hard To Die è uscito sotto l’egidia dell’Andromeda Relix, la coraggiosa etichetta veneta capitanata da uno dei membri storici della triade giornalistica degli anni 80, figlio di Beppe Riva, l’inossidabile Gianni Della Cioppa. Come siete riusciti a strappare un deal con un’etichetta che di solito cura maggiormente più l’aspetto “vintage” delle release in fase di ristampa rispetto a quelle più recenti? Il prossimo lavoro dei Renegade sarà ancora supportato dagli eroi delle sacre reliquie? So che c’è un singolo in programma prossimamente…
L’Andomeda Relix è un etichetta che combatte su posizioni perdute, costituita da gente che ha dato e dà la vita per la musica; inoltre, è una delle poche label italiane in questo genere che produce musica con le palle. Sì, a breve sarà pronta una nuova song da scaricare gratuitamente dal nostro sito. Si tratta di una ballad, un regalo di natale per tutti i rockers, una song che verrà inclusa nel nostro prossimo album “Straight to the Top”. Per ora ci troviamo molto bene con la nostra etichetta, ma è prematuro fare previsioni ora che è appena uscito “Too Hard to Die”. C’è sempre un sacco di gente che cerca di fotterti e spillarti soldi per qualsiasi cosa… A noi questi bastardi adesso ci stanno baciando il culo!

6) Prima si parlava di split con le band… Anche Andrea e Damiano ne hanno da raccontare su questo versante; erano due membri fondamentali delle loro band Holy Sinner ed Electric Fluid, sembrava che tutto andasse per il verso giusto, poi prima gli EF vanno a sciogliersi e gli HS perdono tre pedine importanti nelle loro fila. E’venuta l’ora che i due “fuggiaschi” rendano pubbliche le loro ragioni contemporaneamente.

(Damiano Ammannati)
Il periodo passato assieme agli Electric Fluid è stato fantastico, non lo dimenticherò mai, ma le cose alla fine non andavano più; l’uscita del bassista David Cantina fu l’inizio della caduta. Era diventato difficile anche andare a bere una birra assieme, ci vedevamo solo per suonare e quando in una band non ci si frequenta significa che non c’è più nulla e questo a sua volta si ripercuote automaticamente nella musica. Non progredendo più con gli EF decisi di fare una prova con gli attuali Renegade, durante questa capii che un’alchimia stava nascendo, un’alchimia musicale certo! Ma anche una forte amicizia. Decisi quindi di comunicare agli Electric Fluid che la band non esisteva più. Con il tempo sono tornato in ottimi rapporti con David (bassista degli EF), il quale ha messo su una band chiamata Cellar, sono stato ricontattato anche da Leonardo (cantante degli EF) che in maniera molto professionale mi ha detto che ho fatto bene a fare la mia scelta, che i Fluid rimarranno un bel ricordo anche per lui ma che la nostra amicizia deve continuare ad esistere. Questo è tutto.

(Andrea Ammannati)
Ciao Running…ti piace sempre infilare coltellini roventi nelle piaghe eh! ;) (Di cosa ti meravigli? E’ la mia vocazione, ormai dovresti conoscermi ahahahah NdA)
Comunque, scherzi a parte, per quanto mi riguarda, la mia è stata una scelta puramente artistica, niente di personale con i membri degli Holy Sinner, con i quali tra l’altro mi vedo tutt’ora e seguo con piacere le evoluzioni della mia vecchia band. Io ho sempre avuto l’hard’n’heavy nelle vene, l’ultimo periodo con gli Holy Sinner aveva preso una piega troppo progressive per i miei gusti, la casualità ha voluto che conoscessi Stefano Senesi, la sua voce mi è piaciuta subito e un po’ per scherzo abbiamo deciso di fare una prova… i pezzi sono nati con una naturalezza irreale ed alla fine, anche per evitare di penalizzare gli altri con mie assenze alle prove e cose simili, ho preferito concentrare tutte le mie energie sul progetto Renegade. Questa è la pura verità, mi sono sempre stati sui coglioni quelli che hanno diecimila gruppi dove suonano per poi alla fine non concludere nulla per cui ho preferito lasciare il mio posto a qualcuno che fosse stato più motivato di me per quel genere di cose, tutto qua.

7) Torniamo a parlare di Too Hard To Die; le premesse indicavano che il vostro disco veniva influenzato da sonorità epic stile Omen e Virgin Steele, addirittura c’è chi diceva contaminato dallo Street, ma a me è parso più un disco orientativamente più inglese, sulla scia dei Saxon e dei Maiden soprattutto con qualche riferimento allo U.S Metal. Tu che sei uno dei diretti interessati ci dici un po’ cosa giudicano le orecchie di chi l’ha composto?
Mah, ho sentito dire un po’ di tutto sul nostro album… L’unico parallelo che ritengo azzeccato credo sia quello con i Maiden, soprattutto i primissimi e qualcosa di hard rock e metal made in USA tipo Riot, MSG etc.. Per il resto, a sentir certi commenti, pare proprio di sognare…

8) In tempi non lontani siete stati scelti per fare da supporto ai Diamond Head, un risultato assai notevole per una band esordiente che non aveva all’attivo ancora niente. Come ritieni questa scelta? Solo un colpo di fortuna o ritieni che forse si è tornati a capire che per far conoscere alla gente una band va esposta in tal senso evitando la ghettizzazione come invece va tanto di moda qui Italia, vedasi il giorno delle metal bands italiane al Gods Of Metal di quest’anno oppure tanti festivalini e concertini vari che riuniscono tanti piccoli gruppi ma che fondamentalmente non li aiutano a emergere? Ricordiamoci che una band a caso, gli Iron Maiden ha avuto gli occhi addosso dopo un fortunato tour di supporto ai Kiss nell’81.
E’ stato un piacere aprire per i Diamond Head! Loro volevano fare una data senza portarsi dietro tutta la loro strumentazione e noi, che possediamo ottimi mezzi, abbiamo accettato di buon grado di farli suonare con la nostra backline. E’ stata un’ottima occasione per noi! Forse ci rivedrete insieme a loro… Aprire per grandi nomi può essere vantaggioso per farsi conoscere dal grande pubblico, ma a noi non interessa farci vedere con questo o quello; noi scriviamo canzoni semplici, dirette, cosa che non fa più nessuno, tutti presi come sono con tecnicismi vari e idiozie progressive o jazz. Siamo una band metal e “se” domani capiterà di aprire a qualche “big”, non staremo certo a masturbarci per questo! I Renegade sono un gruppo di persone modeste, che conduce una vita modesta e fa quel che può per sopravvivere, non come altri che sborsano fior di quattrini per farsi vedere con la band dei sogni in festival di dubbio gusto o figli di papà che girano il mondo suonando per capriccio. Tutto quello che riusciamo a racimolare con i nostri lavori di merda lo investiamo nella strumentazione. Non abbiamo amicizie nella stampa, non lecchiamo il culo a nessuno e, soprattutto, non ci serviamo come qualcuno di qualche partito politico idiota di destra o di sinistra per farci sentire; se avessimo i soldi e nient’altro da fare, credimi, potremmo girare tutta l’Europa, sta sicuro. Tutto quello che facciamo è frutto dei nostri sforzi. Poi è bene un’ulteriore precisazione: noi suoniamo per la musica e non per velleità personali. Da questo puoi dedurre l’amore che nutriamo per quello che facciamo. Io non sono mai stato un appassionato di grandi eventi – come li chiamano – Gods of Metal, Monsters of Rock e via dicendo (anche se ci sono stato). Da sempre preferisco esibizioni in club, teatri e luoghi meno dispersivi, questo perché odio la massificazione delle cose, il giro inutile di denaro dietro a queste baracconate, i metallari sbronzi che vomitano e distruggono i bagni…

9) Tu come anche i tuoi compagni di avventure sei un appassionato di metal anni 80’, provieni da una realtà che già si rifaceva a quei tempi e quindi mi pare logico chiederti quali siano state le tue influenze principali che ti hanno indotto a diventare un musicista.
Credo che i primi dischi che compri incidano notevolmente sulla tua vita. Acquistai nell’88 “Too Fast for Love” dei Mötley Crüe e “Killers” dei Maiden e nel 92’ ho iniziato a cantare grazie a questi due capolavori. Robert Plant, Paul Di Anno, Glenn Hughes, Klaus Meine, Dio e Graham Bonnet sono le mie influenze principali.

10) Come vedi attualmente la scena toscana? Ci sono band che ritieni valide, tolte ovviamente le rinate Strana Officina e Sabotage che non hanno certo bisogno di presentazioni?
Penso che ci siano molte band ma pochi artisti validi. La gente crede che per essere un musicista basti solo comperare uno strumento e fare un po’ di ginnastica con le mani. Un artista è formato da tutta una serie di cose… Io non credo di avere una grande voce, ma tra me ed il pubblico (e l’ascoltatore) si stabilisce un rapporto talmente speciale, difficile da descrivere a parole. Se non riesci ad emanare quell’energia sovrumana, beh, cambia mestiere. Sicuramente Strana Officina e Sabotage sono un punto di riferimento per ogni band Toscana, ma non sono mai stato un amante della loro musica. Al tempo apprezzavo The Gow, Negazione, Vanadium, Death SS… Oggi, in Toscana come un po’ in tutt’Italia, è un vero disastro!

11) Secondo il vostro punto di vista: le idee dei gruppi attuali puzzano di strasentito e per giunta rifatto pure male e quindi si è voluto in qualche modo voltare le spalle ai mezzucci odierni e riscoprire il buon gusto del sapore vintage, o c'è qualcos'altro che ha fatto di nuovo scoppiare un vulcano che sembrava ormai spento da tanti anni? Sto parlando ovviamente della febbre delle reunion che ha colpito come un'epidemia da qualche anno a questa parte il panorama mondiale della scena metal. Voi come vedete questa voglia di voler rimettersi in gioco dopo tanti anni che ha colpito molti storici acts?
Io parto dal principio che il metal è ufficialmente morto. Noi e pochi altri portiamo avanti il discorso in forma ortodossa in modo che la gente abbia realmente un esempio di cosa significhi veramente “metal tradizionale”. Il resto sono solo barzellette. Chi suonerebbe oggi metal? Forse power metal, pop metal, thrash metal, happy metal, alternative rock, epic power metal, dance metal… ma chi suona ancora metal e basta, senza contaminazioni o distorsioni? Ecco, questa domanda la pongo io ai lettori: chi suonerebbe heavy oggi? Ecco finalmente allora che ritornano i grandi nomi del passato! Che eccitazione! E poi? Finito il concerto cosa rimane? La verità è che questa gente non ha mai trasmesso un cazzo a tipi come me. Certo, sono bravi, supertecnici, strillano come dannati, ma cosa e per cosa? Possono avvenire tutte le reunion che vuoi, tutti i tour che sogni, le band che volevi vedere possono salire di nuovo su un palco, ma la verità è una sola: tutte le band che veramente suonavano metal oggi si sono chiuse nel silenzio o fanno altro… E te lo dico io FANNO BENE. Che poi oggi basti poco per far passare una cosa per un’altra, è un altro discorso. Il metal è per l’elite. Una fiamma è effettivamente tanto più calda quanto meno è luminosa.


12) Dopo tanta attesa rivedremo i Renegade in sede live, la domanda che mi pongo è: come mai vediamo sempre tanti gruppi locali suonare di qua e di là per la Toscana ma non si vede mai il nome dei Renegade? E’ una scelta puramente strategica quella di dedicarsi a pochi ma mirati concerti o forse qualcuno cerca di mettervi il bastone tra le ruote?
Noi suoniamo heavy. Forse la cosa ti risulterà strana, ma fino a non molto tempo fa, questo non era un genere per tutti. Oggi la gente parla del metal come di una cosa accessibile a tutti, una cosa fottutamente popolare. Purtroppo la volgarizzazione di tutto è una cosa inevitabile, ma ci consola il fatto che questo, nonostante tutto, è una garanzia per noi, una sorta di armatura con la quale ci proteggiamo dai falsi profeti. E’ vero, facciamo pochi concerti, ma ogni volta che saliamo sul palco, i volti sorridenti degli spettatori danno ragione a noi. Poi credo che tutta questa agitazione generale per farsi notare si commenti da sola…

13) Bene Stefano, siamo arrivati alla fine. Io ti ringrazio a nome di Verorock che è felice di ospitarvi sulle sue pagine e non mi rimane che lasciarti lo spazio finale che riservo a tutti per un messaggio di qualsiasi tipo, senza censure di ogni tipo. Ci vediamo al Cencio’s, e occhio al report. Un abbraccio a tutti voi!
Grazie di questo spazio a tutti Voi. Vincit omnia Veritas!


Il logo della band, color acciaio, avvolto dalle fiamme, così come sono avvolti dalle fiamme i suoi componenti in quarta di copertina, potrebbe far pensare che siamo di fronte all’ennesimo gruppo di esaltati poweroni tutti dragoni e leggende senza capo nè coda, oppure ai classici rockettari grezzi tutti borchie e ruggiti (non se ne abbia a male l’eventuale lettore che si rispecchiasse in una di queste categorie, o magari in entrambe contemporaneamente). Invece l’ascolto del brano iniziale, la strumentale “Le Matin Des Magiciens”, un pezzo strumentale tanto scarno quanto piacevole, ci introduce in una realtà diversa. Il quintetto fiorentino, infatti, si esibisce in una serie di brani di un heavy metal aggressivo e bilanciato al tempo stesso, che pesca a piene mani dal repertorio degli Iron Maiden, in particolare per quanto riguarda le linee vocali, dove però non ci sono particolari estremismi. Il risultato finale, dal punto di vista delle melodie, è accettabile, c’è sufficiente varietà per quanto riguarda la composizione e anche se, come già detto, prevalgono gli elementi del classic metal, coesistono anche alcune incursioni in altri generi. È il caso, ad esempio, di “In The Heat Of The Night”, due minuti scarsi, velocissimi, inneggianti al rock and roll, che sembra quasi un’improvvisazione ben riuscita piuttosto che un brano vero e proprio, o di “Hot Again”, che invece pesca a piene mani dal repertorio degli AC/DC e quindi mostra una deviazione di interesse verso l’hard rock. Bellissimo poi “Nothing To See”, un lungo brano che alterna parti acustiche da brividi ad altre più heavy, in cui anche le seconde voci hanno una parte che è tutto fuorché di secondo piano.
Per essere un primo disco (anche se i Renegade sono nati dalla fusione dei membri di altre due band fiorentine, gli Electric Fluid e gli Holy Sinner) le idee non mancano di certo, ed è auspicabile che dal vivo questi pezzi acquistino una grinta e una potenza ancora maggiore di quella che traspare dal disco. Bisogna però evidenziare un po’ di carenze dal punto di vista della registrazione vera e propria, nel senso che, soprattutto in alcuni brani, sembra che non ci sia un ottimo equilibrio fra i volumi dei vari strumenti, e i suoni in sé e per sé non sono sempre al massimo. In “The End Is Near”, ad esempio, la voce è troppo in risalto rispetto alle chitarre, che invece diventano troppo alte nella parte strumentale della title track, e anche i suoni della batteria (uno degli strumenti più difficili da registrare, è il caso di ricordarlo) a volte sono troppo secchi e quasi fastidiosi (un esempio in “Las Vegas”). Fortunatamente sono problemi che si possono risolvere.


Lo so e credo di averlo affermato centinaia di volte quanto sono "malato" per l'heavy metal anni ottanta, ma ho forse trovato qualcuno più "malato" di me se è capace di unire due band fiorentine e con lui alla voce dare vita a quello che definire un manifesto di heavy metal anni ottanta è poco. Ma andiamo per ordine, nell'estate del 2005 alcuni membri delle metal bands fiorentine Electric Fluid e Holy Sinner si uniscono al cantante Stefano Senesi per creare i Renegade. Il loro suono è privo di tutte quelle contaminazioni moderne ma nasce solo dalla passione, dall'amore per la musica, quella musica che circa venti anni fa si sarebbe definita "fatta con sudore e sangue". Heavy metal, solo puro heavy metal con qualche influenza di zeppeliniana memoria. Buona la voce di Stefano, molto adatta al genere proposto a tratti simile a quella di Bruce Dickinson, molto a suo agio sul brano "lento" "As a stone" e "gente di mestiere" il resto della band capaci di dare vita a ottime trame musicali, degne dei migliori gruppi dell'epoca Virgin Steel, Saxon e Iron Maiden in primis. Buon disco d'esordio per una band capace di rischiare, per l'amore della musica, allontanandosi dall'andazzo del metal moderno e rispolverando "vecchie" sonorità. Complimenti, continuate cosi. I prodotti Andromeda Relix sono acquistabili sul sito della stessa: www.andromedarelix.com


Dopo le precedenti esperienze con Holy Sinner ed Electric Fluid, i fratelli Ammannati decidono di mettere in piedi questo nuovo progetto a nome Renegade, subito patrocinato dall’apporto dell’attenta e coscienziosa Andromeda Relix. E come poteva essere altrimenti visto che “Too Hard To Die” è un concentrato di heavy metal in tinta hard rock di assoluto stampo ’80, con accenni (pesanti) alle produzioni di casa Maiden ed in generale verso ogni cosa sia nata in quel periodo. Se, da questo punto di vista, la personalità della band ne esce in qualche modo ridimensionata, tutt’altro discorso si può fare, invece, sulle capacità tecnico/compositive dei nostri, assolutamente di prima qualità. Strutture sempre ispirate e di ottima fattura, di fatti, rendono questo disco di debutto assolutamente fresco e godibile, sebbene il materiale in esame non abbia particolari velleità moderniste o sperimentali. Tutto risulta curato con passione e, soprattutto, esperienza: esponenti di spicco della scena toscana, i Renegade hanno dalla loro una gran voglia di dimostrare a tutti quanto questo genere sappia ancora dire la sua nonostante le mode ed i trend del momento. Nel far questo, “Too Hard Too Die” viene confezionato ad arte per tutti gli estimatori del genere.


Meritoria l’opera di setaccio del sottobosco metallico nazionale, e del lancio delle band di casa nostra, da parte della veneta Andromeda Relix; i beneficiari degli sforzi dell’etichetta indipendente, sono questi Renegade, band che già dal monicker proclama il suo amore incorrotto, per tutto ciò che di buono il metallo degli anni ’80 ci ha saputo regalare! Basterebbe l’up-tempo zomposo di “The End Is Near”, per capire come i nostri siano in realtà dei fan sfegatati della Vergine di Ferro, autentica istituzione tra le mura di casa nostra! “Fear Of The Fire” non fa altro che confermare l’importanza della NWOBHM per il sound dei Renegade, mediata da un tocco più hard e di stampo U.S.A., come nell’epica e ruffiana “Kali”, portatrice sana del germe melodico che fece grandi i Virgin Steele di “Age Of Consent”. Ancora la band di David DeFeis fa capolino, a braccetto con la premiata ditta Steve Harris & Co., nella guerriera “Lies”, mentre nell’accoppiata “In The Heat Of The Night” e “Las Vegas”, i nostri giocano con un sound debitore della sfrontatezza urticante degli W.A.S.P. più metallici. La conclusiva “Nothing To See”, si dimostra la più progressiva del lotto, capace di rievocare, nelle debite proporzioni, i chiaro/scuri degli immortali Queensryche di “Operation Mindcrime”! Detto che la produzione è di sufficiente livello, ed immagino volutamente retrò, non mi resta che caldeggiare l’acquisto di “Too Hard To Die”, a tutti coloro che non hanno scordato i tempi in cui tutti suonavano ed ascoltavano heavy metal, senza troppe etichette e seghe mentali: un in bocca al lupo ai Renegade!


Un disco che suona vecchio. Vecchio come? Mettete di voler fare una sintesi tra gli Iron Maiden e i Motorhead, eccovi i Renegade. A posto così, recensione finita e tutti a casa... No, non c'è solo questo. C'è molto di più. Diciamo quindi che i Renegade hanno messo delle ottime idee in musica, con uno stile anni '80 che è influenzato da due modi abbastanza diversi di suonare. Lo stile Iron Maiden, dicevamo, che si può sentire nella prima parte del disco fino all'oscura ballata 'As A Stone' e lo stile Motorhead che, esclusa l'ultima traccia, si può riconoscere nella seconda parte. Come esempi lampanti si possono ascoltare 'The End Is Near' e 'Las Vegas'. I due mondi apparentemente lontani, accomunati in linea di principio solo dall'epoca, vengono ben amalgamati attraverso un passaggio graduale che ci regala questo bel disco. Ma non è finita qui perché i Renegade hanno idee che definire fresche potrebbe sembrare fuori luogo, ma che davvero non saprei esprimere in altra maniera. L'ultima traccia dell'album, 'Nothing To See', potrebbe ben rappresentare questa mia sensazione per la sua complessità, per il suo gusto early Maiden o addirittura Black Sabbath. Una canzone poco immediata e magari non di impatto, ma sicuramente sintesi di un modo di comporre non banale in un settore in cui è oggettivamente difficile evitare di ripetersi. Resta da affrontare un ultimo problema: Iron Maiden e Motorhead avevano modi diversi anche di registrare gli album: più "puliti" i primi, più "sporchi" i secondi, in funzione del rispettivo modo di suonare. I Renegade hanno cercato di stare in mezzo con una registrazione che penalizza un po' le parti più tecniche. Tale scelta privilegia l'impatto e il cuore, ma probabilmente li rende appetibili commercialmente per un pubblico che negli anni si sta sempre più restringendo. Se ne sono consapevoli, avanti così, d'altronde loro sono dei rinnegati. Altrimenti, troverei nuove soluzioni espressive a livello di produzione.


I fratelli Ammannati, Damiano ed Andrea, dopo aver dato vita a gruppi interessanti come gli Electric Fluid e gli Holy Sinner, uniscono oggi le loro forze per dare vita a questo nuovo complesso dal nome Renegade. Un Heavy Metal così strutturato, in perfetta adulazione verso i migliori anni ’80, non poteva di certo sfuggire all’ Andromeda Relix, da sempre produttrice e portavoce di un suono vero e senza condizionamenti. Da ciò dedurrete che i nostri si alimentano dai maestri del genere e non vi sbagliate, Iron Maiden e Saxon in prima linea. Anche l’impostazione della voce di Stefano è rivolta verso certi lidi, Dickinson docet.
Nel cd scorrono undici tracce di tutto rispetto, sicuramente pane per i denti di un vecchio metallaro che ha voglia di togliere la polvere sopra ai suoni moderni, per riscoprire nuovamente, con gioia, da dove proveniamo.
Il suono, questo è un punto cardine di “Too Hard To Die”, di certo non all’altezza di certi canoni, ma dannatamente reale. Si può restare infastiditi dalle chitarre del primo brano “Le Main Des Magiciens”, forse si, ma quando le stesse partono, c’è di che godere. “Too Hard To Die” è un disco venuto dal passato, come pochi, con l’intento primordiale di divertirsi e di divertire, ascoltate “The End Is Neat”, “Fear Of The Fire”, “Hot Again” e compagnia bella per credere. Non esistono sorprese, solo sudore e teste che si scuotono e questo per un vero metallaro basta e avanza! “Kali” è un pezzo davvero forte, con sprazzi di Queensryche anni ’80 (ovviamente), mentre “As A Stone” è, secondo chi scrive, il momento massimo riguardo il lato prettamente emotivo. Resta da fare solo una considerazione: e se il cd avesse avuto una differente incisione? Chissà, magari avrebbe perso un certo fascino…ma questo non sta a me giudicarlo, ciò che resta è la musica. Tutto il songwriting è eccellente, non esistono pause, quarantuno minuti di energia pura. Bravi Ammannati, avanti tutta.


Sentimento, passione e tanta, tanta sincerità…che sicuramente rimarrà scomoda a qualcuno, ma questo come dice il proverbio, ognuno è responsabile delle proprie parole. Stefano Senesi ci introduce nella storia della band, analizzandone i contenuti e gli ideali che la spingono a muoversi per farsi una posizione nel difficile quanto affollato panorama hard’n’heavy toscano e non. A lui la parola.

1) Ciao Stefano, innanzitutto piacere di conoscerti visto che sei l’unico Rinnegato con cui non ho ancora avuto il piacere di colloquiare e ti ringrazio per il tempo che concedi. Cominciamo dagli inizi... Come e quando nasce il progetto Renegade?
I Renegade si sono formati ufficialmente il 10.07.2005. Tengo a precisare che non si tratta di un progetto, ma di una band a tutti gli effe 2) Fin dall’inizio è parso subito chiaro che tra voi fosse sorta l’alchimia giusta e con essa anche gli ideali altrettanto validi che servono per credere fermamente in ciò che si fa. Ciò fa di voi una band diversa dalla miriade che collassano il movimento toscano, ma secondo te corre il rischio di essere anche mal vista dal resto della scena, specie in una piazza difficile come quella di Firenze?
Una band unita e affiatata come la nostra, rischia di esser bersaglio di un po’ di tutto. Le band fiorentine si perdono troppo dietro a pettegolezzi, invidie, cattiverie gratuite… “Essere più che apparire!” Questo è il nostro motto. In questo differiamo dal resto delle band.

3) Il nome Renegade può sembrare nuovo all’apparenza, ma dietro si celano alcuni nomi che hanno una certa rilevanza all’interno della scena fiorentina; Andrea e Damiano Ammannati rispettivamente da Holy Sinner e Electric Fluid, Stefano Guidi e Roberto Mannini sempre dagli Holy Sinner, e poi ci sei tu che provieni da una cult band che si chiamava Evil Zone, oggi attiva come Dragonia. Ci parli della tua avventura con la band di Massimo Menichetti e del perché del tuo split?
Gli Evil Zone erano una band formata da 5 elementi. Gli Evil Zone oggi non esistono più e raccontare la storia di questa band ci porterebbe troppo lontano. Non esistevano cd, internet e tante diavolerie in quel periodo (93-96), solo 5 ragazzi che volevano suonare, senza soldi, senza mezzi di trasporto. E’ stato un periodo pieno di sacrifici quello, cosa che i rockers di oggi difficilmente comprenderebbero.
E’ molto imbarazzante parlare di questioni personali in questa sede – perché è questo che dovrei fare – Mi limiterò a dire che le nostre strade si sono divise, oltre che per motivi personali, anche per questioni legate alla musica. Ognuno ha i suoi impegni adesso e, comunque, tra poco non ci sarà più spazio per questi pettegolezzi da chat grazie a Dio! (risate)

4) Dall’unione delle vostre forze esce “Too Hard To Die”, un buon esempio di come si suona Hard’n’Heavy al giorno d’oggi, che a quanto si è visto per ora sta dividendo la critica; ci sono state delle recensioni , (la maggior parte comunque) che vi hanno elogiato e qualcuna che secondo me ha più tenuto conto della produzione che non delle canzoni in se per se. E’ pur vero che ogni critica va rispettata anche se non condivisa, ma da quel che ho visto sembra che la gente vi aspettasse al varco e che voi non abbiate in qualche modo soddisfatto le loro attese. Tu come rispondi a queste critiche negative?
Sarà, ma per ora, ad un mese dall’uscita di THTD, abbiamo ricevuto solo impressioni positive. Qualcuno è rimasto sul vago, delirando sul tipo di registrazione old style etc. Ben venga ogni tipo di critica comunque. Qualcuno non si rende conto che tutti gli album di oggi sono uno la fotocopia dell’altro: batterie suonate dai robottini Lego, suoni moderni, supermoderni…
Uscire con un lavoro come “Too Hard to Die” è rischiosissimo! Vediamo la cosa in un quadro più esteso. In una scena dove tutto suona ovattato e impacchettato, noi suoniamo violenti; in una scena dominata dal chiacchiericcio multimediale, noi ne restiamo fuori; in una scena che predilige la cultura dell’mp3 e della spazzatura gratuita, noi usciamo con un artwork ben curato… Ci troviamo immersi in una scena piena di professori, ragazzetti che vorrebbero insegnare noi altri cos’è il rock, beh, non hanno capito un cazzo! Gente come me che è in giro da quasi 15 anni, da sempre fedele al rock, non dà certo peso a qualche pidocchioso presuntuoso che vaneggia su come o cosa si deve suonare oggi. Il bello è che questi geni credono pure di fare il bene della musica, ma forse sono solo strumenti al servizio di qualcosa che forse loro stessi non sospettano neppure.

5) Too Hard To Die è uscito sotto l’egidia dell’Andromeda Relix, la coraggiosa etichetta veneta capitanata da uno dei membri storici della triade giornalistica degli anni 80, figlio di Beppe Riva, l’inossidabile Gianni Della Cioppa. Come siete riusciti a strappare un deal con un’etichetta che di solito cura maggiormente più l’aspetto “vintage” delle release in fase di ristampa rispetto a quelle più recenti? Il prossimo lavoro dei Renegade sarà ancora supportato dagli eroi delle sacre reliquie? So che c’è un singolo in programma prossimamente…
L’Andomeda Relix è un etichetta che combatte su posizioni perdute, costituita da gente che ha dato e dà la vita per la musica; inoltre, è una delle poche label italiane in questo genere che produce musica con le palle. Sì, a breve sarà pronta una nuova song da scaricare gratuitamente dal nostro sito. Si tratta di una ballad, un regalo di natale per tutti i rockers, una song che verrà inclusa nel nostro prossimo album “Straight to the Top”. Per ora ci troviamo molto bene con la nostra etichetta, ma è prematuro fare previsioni ora che è appena uscito “Too Hard to Die”. C’è sempre un sacco di gente che cerca di fotterti e spillarti soldi per qualsiasi cosa… A noi questi bastardi adesso ci stanno baciando il culo!

6) Prima si parlava di split con le band… Anche Andrea e Damiano ne hanno da raccontare su questo versante; erano due membri fondamentali delle loro band Holy Sinner ed Electric Fluid, sembrava che tutto andasse per il verso giusto, poi prima gli EF vanno a sciogliersi e gli HS perdono tre pedine importanti nelle loro fila. E’venuta l’ora che i due “fuggiaschi” rendano pubbliche le loro ragioni contemporaneamente.

(Damiano Ammannati)
Il periodo passato assieme agli Electric Fluid è stato fantastico, non lo dimenticherò mai, ma le cose alla fine non andavano più; l’uscita del bassista David Cantina fu l’inizio della caduta. Era diventato difficile anche andare a bere una birra assieme, ci vedevamo solo per suonare e quando in una band non ci si frequenta significa che non c’è più nulla e questo a sua volta si ripercuote automaticamente nella musica. Non progredendo più con gli EF decisi di fare una prova con gli attuali Renegade, durante questa capii che un’alchimia stava nascendo, un’alchimia musicale certo! Ma anche una forte amicizia. Decisi quindi di comunicare agli Electric Fluid che la band non esisteva più. Con il tempo sono tornato in ottimi rapporti con David (bassista degli EF), il quale ha messo su una band chiamata Cellar, sono stato ricontattato anche da Leonardo (cantante degli EF) che in maniera molto professionale mi ha detto che ho fatto bene a fare la mia scelta, che i Fluid rimarranno un bel ricordo anche per lui ma che la nostra amicizia deve continuare ad esistere. Questo è tutto.

(Andrea Ammannati)
Ciao Running…ti piace sempre infilare coltellini roventi nelle piaghe eh! ;) (Di cosa ti meravigli? E’ la mia vocazione, ormai dovresti conoscermi ahahahah NdA)
Comunque, scherzi a parte, per quanto mi riguarda, la mia è stata una scelta puramente artistica, niente di personale con i membri degli Holy Sinner, con i quali tra l’altro mi vedo tutt’ora e seguo con piacere le evoluzioni della mia vecchia band. Io ho sempre avuto l’hard’n’heavy nelle vene, l’ultimo periodo con gli Holy Sinner aveva preso una piega troppo progressive per i miei gusti, la casualità ha voluto che conoscessi Stefano Senesi, la sua voce mi è piaciuta subito e un po’ per scherzo abbiamo deciso di fare una prova… i pezzi sono nati con una naturalezza irreale ed alla fine, anche per evitare di penalizzare gli altri con mie assenze alle prove e cose simili, ho preferito concentrare tutte le mie energie sul progetto Renegade. Questa è la pura verità, mi sono sempre stati sui coglioni quelli che hanno diecimila gruppi dove suonano per poi alla fine non concludere nulla per cui ho preferito lasciare il mio posto a qualcuno che fosse stato più motivato di me per quel genere di cose, tutto qua.

7) Torniamo a parlare di Too Hard To Die; le premesse indicavano che il vostro disco veniva influenzato da sonorità epic stile Omen e Virgin Steele, addirittura c’è chi diceva contaminato dallo Street, ma a me è parso più un disco orientativamente più inglese, sulla scia dei Saxon e dei Maiden soprattutto con qualche riferimento allo U.S Metal. Tu che sei uno dei diretti interessati ci dici un po’ cosa giudicano le orecchie di chi l’ha composto?
Mah, ho sentito dire un po’ di tutto sul nostro album… L’unico parallelo che ritengo azzeccato credo sia quello con i Maiden, soprattutto i primissimi e qualcosa di hard rock e metal made in USA tipo Riot, MSG etc.. Per il resto, a sentir certi commenti, pare proprio di sognare…

8) In tempi non lontani siete stati scelti per fare da supporto ai Diamond Head, un risultato assai notevole per una band esordiente che non aveva all’attivo ancora niente. Come ritieni questa scelta? Solo un colpo di fortuna o ritieni che forse si è tornati a capire che per far conoscere alla gente una band va esposta in tal senso evitando la ghettizzazione come invece va tanto di moda qui Italia, vedasi il giorno delle metal bands italiane al Gods Of Metal di quest’anno oppure tanti festivalini e concertini vari che riuniscono tanti piccoli gruppi ma che fondamentalmente non li aiutano a emergere? Ricordiamoci che una band a caso, gli Iron Maiden ha avuto gli occhi addosso dopo un fortunato tour di supporto ai Kiss nell’81.
E’ stato un piacere aprire per i Diamond Head! Loro volevano fare una data senza portarsi dietro tutta la loro strumentazione e noi, che possediamo ottimi mezzi, abbiamo accettato di buon grado di farli suonare con la nostra backline. E’ stata un’ottima occasione per noi! Forse ci rivedrete insieme a loro… Aprire per grandi nomi può essere vantaggioso per farsi conoscere dal grande pubblico, ma a noi non interessa farci vedere con questo o quello; noi scriviamo canzoni semplici, dirette, cosa che non fa più nessuno, tutti presi come sono con tecnicismi vari e idiozie progressive o jazz. Siamo una band metal e “se” domani capiterà di aprire a qualche “big”, non staremo certo a masturbarci per questo! I Renegade sono un gruppo di persone modeste, che conduce una vita modesta e fa quel che può per sopravvivere, non come altri che sborsano fior di quattrini per farsi vedere con la band dei sogni in festival di dubbio gusto o figli di papà che girano il mondo suonando per capriccio. Tutto quello che riusciamo a racimolare con i nostri lavori di merda lo investiamo nella strumentazione. Non abbiamo amicizie nella stampa, non lecchiamo il culo a nessuno e, soprattutto, non ci serviamo come qualcuno di qualche partito politico idiota di destra o di sinistra per farci sentire; se avessimo i soldi e nient’altro da fare, credimi, potremmo girare tutta l’Europa, sta sicuro. Tutto quello che facciamo è frutto dei nostri sforzi. Poi è bene un’ulteriore precisazione: noi suoniamo per la musica e non per velleità personali. Da questo puoi dedurre l’amore che nutriamo per quello che facciamo. Io non sono mai stato un appassionato di grandi eventi – come li chiamano – Gods of Metal, Monsters of Rock e via dicendo (anche se ci sono stato). Da sempre preferisco esibizioni in club, teatri e luoghi meno dispersivi, questo perché odio la massificazione delle cose, il giro inutile di denaro dietro a queste baracconate, i metallari sbronzi che vomitano e distruggono i bagni…

9) Tu come anche i tuoi compagni di avventure sei un appassionato di metal anni 80’, provieni da una realtà che già si rifaceva a quei tempi e quindi mi pare logico chiederti quali siano state le tue influenze principali che ti hanno indotto a diventare un musicista.
Credo che i primi dischi che compri incidano notevolmente sulla tua vita. Acquistai nell’88 “Too Fast for Love” dei Mötley Crüe e “Killers” dei Maiden e nel 92’ ho iniziato a cantare grazie a questi due capolavori. Robert Plant, Paul Di Anno, Glenn Hughes, Klaus Meine, Dio e Graham Bonnet sono le mie influenze principali.

10) Come vedi attualmente la scena toscana? Ci sono band che ritieni valide, tolte ovviamente le rinate Strana Officina e Sabotage che non hanno certo bisogno di presentazioni?
Penso che ci siano molte band ma pochi artisti validi. La gente crede che per essere un musicista basti solo comperare uno strumento e fare un po’ di ginnastica con le mani. Un artista è formato da tutta una serie di cose… Io non credo di avere una grande voce, ma tra me ed il pubblico (e l’ascoltatore) si stabilisce un rapporto talmente speciale, difficile da descrivere a parole. Se non riesci ad emanare quell’energia sovrumana, beh, cambia mestiere. Sicuramente Strana Officina e Sabotage sono un punto di riferimento per ogni band Toscana, ma non sono mai stato un amante della loro musica. Al tempo apprezzavo The Gow, Negazione, Vanadium, Death SS… Oggi, in Toscana come un po’ in tutt’Italia, è un vero disastro!

11) Secondo il vostro punto di vista: le idee dei gruppi attuali puzzano di strasentito e per giunta rifatto pure male e quindi si è voluto in qualche modo voltare le spalle ai mezzucci odierni e riscoprire il buon gusto del sapore vintage, o c'è qualcos'altro che ha fatto di nuovo scoppiare un vulcano che sembrava ormai spento da tanti anni? Sto parlando ovviamente della febbre delle reunion che ha colpito come un'epidemia da qualche anno a questa parte il panorama mondiale della scena metal. Voi come vedete questa voglia di voler rimettersi in gioco dopo tanti anni che ha colpito molti storici acts?
Io parto dal principio che il metal è ufficialmente morto. Noi e pochi altri portiamo avanti il discorso in forma ortodossa in modo che la gente abbia realmente un esempio di cosa significhi veramente “metal tradizionale”. Il resto sono solo barzellette. Chi suonerebbe oggi metal? Forse power metal, pop metal, thrash metal, happy metal, alternative rock, epic power metal, dance metal… ma chi suona ancora metal e basta, senza contaminazioni o distorsioni? Ecco, questa domanda la pongo io ai lettori: chi suonerebbe heavy oggi? Ecco finalmente allora che ritornano i grandi nomi del passato! Che eccitazione! E poi? Finito il concerto cosa rimane? La verità è che questa gente non ha mai trasmesso un cazzo a tipi come me. Certo, sono bravi, supertecnici, strillano come dannati, ma cosa e per cosa? Possono avvenire tutte le reunion che vuoi, tutti i tour che sogni, le band che volevi vedere possono salire di nuovo su un palco, ma la verità è una sola: tutte le band che veramente suonavano metal oggi si sono chiuse nel silenzio o fanno altro… E te lo dico io FANNO BENE. Che poi oggi basti poco per far passare una cosa per un’altra, è un altro discorso. Il metal è per l’elite. Una fiamma è effettivamente tanto più calda quanto meno è luminosa.
12) Dopo tanta attesa rivedremo i Renegade in sede live, la domanda che mi pongo è: come mai vediamo sempre tanti gruppi locali suonare di qua e di là per la Toscana ma non si vede mai il nome dei Renegade? E’ una scelta puramente strategica quella di dedicarsi a pochi ma mirati concerti o forse qualcuno cerca di mettervi il bastone tra le ruote?
Noi suoniamo heavy. Forse la cosa ti risulterà strana, ma fino a non molto tempo fa, questo non era un genere per tutti. Oggi la gente parla del metal come di una cosa accessibile a tutti, una cosa fottutamente popolare. Purtroppo la volgarizzazione di tutto è una cosa inevitabile, ma ci consola il fatto che questo, nonostante tutto, è una garanzia per noi, una sorta di armatura con la quale ci proteggiamo dai falsi profeti. E’ vero, facciamo pochi concerti, ma ogni volta che saliamo sul palco, i volti sorridenti degli spettatori danno ragione a noi. Poi credo che tutta questa agitazione generale per farsi notare si commenti da sola…

13) Bene Stefano, siamo arrivati alla fine. Io ti ringrazio a nome di Verorock che è felice di ospitarvi sulle sue pagine e non mi rimane che lasciarti lo spazio finale che riservo a tutti per un messaggio di qualsiasi tipo, senza censure di ogni tipo. Ci vediamo al Cencio’s, e occhio al report. Un abbraccio a tutti voi!
Grazie di questo spazio a tutti Voi.

Vincit omnia Veritas!


  • 03/01/2007 www.verorock.it
  • AUTORE: Francesco "Running Wild"
  • VOTO: SENZA VOTO

Report tutto dedicato alla combriccola dei Rinnegati, anche se la serata comprendeva il gruppo principale dei Phantom Lord, ma cause di forza maggiore mi hanno costretto a una ritirata tra le quattro mura casalinghe, per cui mi dispiace dare una delusione a qualche fan dei PL che magari si aspettava di leggere due righe anche su di loro; so che non sarà un report completo e come si deve, ma per una volta prendetela così. Finalmente dopo peripezie varie, i Renegade dopo essere passati sotto la lente ottica dello stereo del sottoscritto, passano anche attraverso le sue pupille visive in una serata dove il Cencio’s ha sentito i propri muri surriscaldarsi grazie al calore emesso dal loro Hard’n’Heavy old school che oggi come oggi è una manna dal cielo. La band si dimostra affiatata, anche se al tempo stesso si nota ancora una certa acerbità di tenuta di palco, cosa in cui Stefano Senesi riesce meglio a differenziarsi, con una carica da vero animale da palco che non perde mai l’occasione di coinvolgere il pubblico forse ancora non pronto del tutto al richiamo dei Rinnegati, ma questo sta ovviamente a loro ovviare con un’attività live che si spera si faccia sempre più intensa ora che il loro lavoro “Too Hard To Die” è disponibile sulla pubblica piazza. Ed è proprio con la data di ieri che si apre ufficialmente il supporto al nuovo disco, un avvio di “tournèe” direi brillante dove tra le songs proposte spiccano la cover, ma non solo cover, dei Motley Crue “Red Hot” e la led zeppeliniana “Whola Lotta Love” ben riproposte e supportate da un impianto audio che è una vera garanzia; non si trova, almeno qui in Toscana, un arena concerti che disponga di un impianto come quello del Cencio’s, e questo è un plauso che fa guadagnare punti al locale pratese.
Non solo cover si diceva e come da programma, il fivepiece gigliato estrae dal cilindro le più trascinanti song del loro ultimo album, e così la terremotante “Too Hard To Die” “ Fear Of The Fire” Kali” e la veloce “Las Vegas” vengono date in pasto ai purtroppo non numerosi presenti ma che comunque apprezzano di buon gusto il sudore e il fegato che questi ragazzi mettono per la causa dell’ Heavy Rock. C’è anche il tempo di presentare una nuova song in anteprima, l’ottima “Kid The Hurricane” insieme ad altre due song estranee al cd, ovvero “Straight To The Top” e “Really Think You’re clean”, che suggellano una serata nel nome del Rock’n’Roll e che consegnano una band la cui energia vera la si può capire soltanto attraverso un loro concerto. Certo, come ho detto, anche sotto questo profilo i Renegade devono affilare bene le loro armi, cercare di essere più padroni del palco ma è solo una questione di tempo, che tutti e dico tutti hanno il diritto di dare loro per continuare a lavorare, anche quelli che magari non hanno apprezzato il loro lavoro in studio. Come ho detto anche nell’intervista alla band, che sarà presentata sempre qui su Verorock, ogni critica va rispettata anche se non condivisa, ma è giusto che venga dato tempo e altre chance a questi ragazzi e che soprattutto se li vada a vederli dal vivo, chissà, magari qualcuno si ricrederà!


Convinto e incuriosito dalle recensioni pubblicate dal buon Marcy (Mantra) e dal mio ex compaesano Running Wild (Renegade) decido dopo due anni di “esilio” di riabbracciare la “mia” Firenze abbandonando momentaneamente il silenzio dell’Appennino.
Dopo un breve giro in centro a riassaporare quella magica ed unica atmosfera mi presento alle 22.15, cioè puntuale come un orologio svizzero, davanti al Sintetika ansioso di farmi “violentare” le orecchie da quel sano Hard’n’heavy d’annata, genere che, col senno di poi, avevo giudicato morto (o quanto meno malato) troppo avventatamente.
Il cancello rimane inesorabilmente chiuso per una mezzora abbondante dopo il mio arrivo (ma allora a cosa servono gli orologi svizzeri?…) e il marciapiede si popola progressivamente di figuri più o meno loschi tra i quali il nostro Marcello Dubla che armato di “digitale” si appresta ad assistere al suo …esimo concerto. Una volta all’interno nemmeno il tempo di una birra che l’attacco di “In the heat of the night” riesce in un colpo solo a squarciare l’aria, il chiacchiericcio degli astanti e le avventate convinzioni di cui sopra. I Renegade non potevano trovare un biglietto da visita migliore per presentarsi allo scarso pubblico presente (il locale si riempirà gradualmente): canzone rocciosa e d’impatto, assolutamente di matrice anni ‘80 il che costituirà il fil rouge di tutta la loro esibizione. Nemmeno un attimo di respiro e tocca a “Straight to the top” e di nuovo “non si fanno prigionieri”! Le twin guitars funzionano alla perfezione, la compatta sezione ritmica non sbaglia un colpo e la voce di Stefano se pur un po’ coperta dalle chitarre è una piacevole sorpresa. Si procede alla grande (a parte alcuni problemi tecnici sulle spie) attingendo a piene mani dal loro primo e per ora unico lavoro fino a giungere a “Red Hot” riuscita cover dei Motley Crue dei tempi di Shout at the Devil. Con “Fear of the fire” i toni si fanno inizialmente più malinconici per esplodere poi in un cavalcata metal che mi ha ricordato (anche grazie alla voce di Stefano) i primi Queensryche. “Hot again” si rivela un roccioso mid-tempo di puro stampo Hard Rock mentre con “Kali” si torna “a riveder le stelle” dell’emisfero maideniano (le asce di Damiano e Roberto si integrano alla perfezione sorrette dall’ottimo lavoro di Andrea e Stefano che nell’occasione sfoggia un fuseaux alla Steve Harris dei tempi di Powerslave). Dopo la velocissima “Las Vegas” chiude degnamente la granitica “Kid the Hurricane” che farà parte del prossimo CD in uscita tra qualche mese.
Devo fare i miei più sinceri complimenti a questi ragazzi che in quanto a esperienza la sanno lunga, peccato solo che le scarse dimensioni del palco non hanno consentito loro una maggior scioltezza nei movimenti e si sa che in sede live questo ha una sua valenza. Del resto la proposta del quintetto si basa essenzialmente sulla naturalezza e sulla sincerità e non saranno certo questi i problemi principali ai quali sono andati e andranno incontro…ai Renegade il coraggio non sembra mancare e per quanto poco possa valere la mia opinione questa sera hanno dato un esempio di come ancor oggi e tra mille difficoltà si possa fare (ed ascoltare) un Heavy Metal diretto e senza fronzoli ma dal grande feeling…ed in fondo sono riusciti a smuovere pure un montanaro pigro come me! Bevo la mia seconda birra con ancora in testa le colate di metallo fuso che hanno imperversato nei miei timpani fino a pochi minuti prima quando intravedo una ricciola chioma ergersi dal palco.


1. E' da poco uscito "Too Hard to Die" debut album per i fiorentini Renegade. Heavy Metal allo stato puro, con pochissime concessioni alla modernità. Un disco per chi ama ancora l'Heavy Metal più tradizionale, legato alla NWOBHM e all'hard rock. Al cantante Stefano Senesi il compito di raccontarci della band… I Renegade nascono nell'estate del 2005, dopo la decisione di alcuni membri di Electric Fluid e Holy Sinner di seguire il sottoscritto (Stefano Senesi) in questa realtà fatta di puro hard n' heavy. Ho trovato oltre che ottimi musicisti, amici che vogliono suonare sul serio e non perder tempo come tutta la gente con la quale ho lavorato fino a qualche hanno fa. Provengo dalla realtà dei primi anni '90, una realtà dura, un periodo che ha fatto perdere le speranze a più di una persona… Io non sono mai cambiato, per niente e per nessuno e non perché mi piace pavoneggiarmi di chissà cosa, sono solo fatto così. Questo modo d'essere può crearti molti problemi, ma in alcuni casi può rivelarsi fondamentale per la creazione di un'èlite.

2. Quali sono le vostre principali influenze? Questa è una domanda alla quale dovrebbe rispondere l'intera band, visto che ognuno di noi porta qualcosa del proprio bagaglio culturale all'interno dei brani. In linea generale credo che nominare i Maiden sia d'obbligo. Poi senza dubbio W.a.s.p., vecchi Motley Crue, Riot, Crimson Glory, Black Sabbath, Led Zeppelin, Van Halen, MSG, Journey, Scorpions… Oltretutto, non potrebbe esser diversamente!

3. Come sono nati i pezzi dell'album? Chi si occupa del songwriting? Nella band vige una struttura gerarchica efficientissima. Io creo lo "scheletro" e i ragazzi si occupano del corpo. Qualunque melodia che mi passa per la testa viene impressa in tempo reale su di un registratore vocale, ed in seguito provata in totale solitudine in casa con la chitarra acustica, in un bosco, insomma, dove non ci siano "altri". A questo punto propongo il pezzo a tutti e, se piace, lo usiamo. I testi che scrivo nella loro semplicità, sono molto elaborati. Ogni canzone ha una storia ben precisa, un fine ben preciso. Una peculiarità del nostro songwriting è che, molto spesso, i pezzi più lenti e più "orecchiabili" sono invece i più violenti a livello di contenuto. "Too Hard to Die" è nato così, senza troppe discussioni, senza troppe pretese tecniche idiote dei tempi ultimi. Prendi la nostra copertina ad esempio: una scritta d'acciaio incendiata e poi freddata e resa indistruttibile… Questo è l'heavy metal e solo così può esserlo!

4. Che cosa vorreste leggere di 'Too Hard To Die'? Che è un disco senza compromessi, antimoderno, non in linea coi tempi, contro il tempo e, soprattutto "PER POCHI".

5. Che tipo di esperienze live avete avuto finora, e come è stato suonare con i Diamond Head? Quando suoniamo dal vivo diamo veramente il massimo di noi stessi e cerchiamo di trasmettere tutta la nostra positività al pubblico. Quando suonammo coi Diamond Head, molta gente era curiosa di ascoltare i Renegade, visto che si trattava del nostro primo show ufficiale. La risposta fu eccezionale, soprattutto considerando che i più erano lì per i leggendari Diamond Head! Oggi suonare dal vivo è un vero problema. Cerchiamo di fare poche date ma ben mirate perché i soldi sono pochi e, a differenza di altri, siamo consapevoli di realtà che bene o male sfuggono di mano un po' a tutti… In fondo non è colpa di nessuno, il tempo distrugge tutto e poi… ricominceremo daccapo! Info su: www.renegadewebsite.com


  • 01/03/2007