Convinto e incuriosito dalle recensioni pubblicate dal buon
Marcy (Mantra) e dal mio ex compaesano Running Wild (Renegade)
decido dopo due anni di “esilio” di riabbracciare
la “mia” Firenze abbandonando momentaneamente il
silenzio dell’Appennino.
Dopo un breve giro in centro a riassaporare quella magica ed
unica atmosfera mi presento alle 22.15, cioè puntuale
come un orologio svizzero, davanti al Sintetika ansioso di farmi
“violentare” le orecchie da quel sano Hard’n’heavy
d’annata, genere che, col senno di poi, avevo giudicato
morto (o quanto meno malato) troppo avventatamente.
Il cancello rimane inesorabilmente chiuso per una mezzora abbondante
dopo il mio arrivo (ma allora a cosa servono gli orologi svizzeri?…)
e il marciapiede si popola progressivamente di figuri più
o meno loschi tra i quali il nostro Marcello Dubla che armato
di “digitale” si appresta ad assistere al suo …esimo
concerto.
Una volta all’interno nemmeno il tempo di una birra che l’attacco
di “In the heat of the night” riesce in un colpo solo a squarciare
l’aria, il chiacchiericcio degli astanti e le avventate convinzioni
di cui sopra. I Renegade non potevano trovare un biglietto da
visita migliore per presentarsi allo scarso pubblico presente
(il locale si riempirà gradualmente): canzone rocciosa e d’impatto,
assolutamente di matrice anni ‘80 il che costituirà il fil rouge
di tutta la loro esibizione. Nemmeno un attimo di respiro e tocca
a “Straight to the top” e di nuovo “non si fanno prigionieri”!
Le twin guitars funzionano alla perfezione, la compatta sezione
ritmica non sbaglia un colpo e la voce di Stefano se pur un po’
coperta dalle chitarre è una piacevole sorpresa. Si procede alla
grande (a parte alcuni problemi tecnici sulle spie) attingendo
a piene mani dal loro primo e per ora unico lavoro fino a giungere
a “Red Hot” riuscita cover dei Motley Crue dei tempi di Shout
at the Devil. Con “Fear of the fire” i toni si fanno inizialmente
più malinconici per esplodere poi in un cavalcata metal che mi
ha ricordato (anche grazie alla voce di Stefano) i primi Queensryche.
“Hot again” si rivela un roccioso mid-tempo di puro stampo Hard
Rock mentre con “Kali” si torna “a riveder le stelle” dell’emisfero
maideniano (le asce di Damiano e Roberto si integrano alla perfezione
sorrette dall’ottimo lavoro di Andrea e Stefano che nell’occasione
sfoggia un fuseaux alla Steve Harris dei tempi di Powerslave).
Dopo la velocissima “Las Vegas” chiude degnamente la granitica
“Kid the Hurricane” che farà parte del prossimo CD in uscita tra
qualche mese. Devo fare i miei più sinceri complimenti a questi
ragazzi che in quanto a esperienza la sanno lunga, peccato solo
che le scarse dimensioni del palco non hanno consentito loro una
maggior scioltezza nei movimenti e si sa che in sede live questo
ha una sua valenza. Del resto la proposta del quintetto si basa
essenzialmente sulla naturalezza e sulla sincerità e non saranno
certo questi i problemi principali ai quali sono andati e andranno
incontro…ai Renegade il coraggio non sembra mancare e per quanto
poco possa valere la mia opinione questa sera hanno dato un esempio
di come ancor oggi e tra mille difficoltà si possa fare (ed ascoltare)
un Heavy Metal diretto e senza fronzoli ma dal grande feeling…ed
in fondo sono riusciti a smuovere pure un montanaro pigro come
me!